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Cinespresso | November 19, 2019

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Tutto su Matthew McConaughey 1/3

Tutto su Matthew McConaughey 1/3
Francesco Di Brigida

Da sex-symbol a attore impegnato e candidato all’Oscar, Matthew McConaughey si è raccontato ai giornalisti in un hotel di via Veneto, in occasione della conferenza romana per la presentazione di Dallas Buyers Club

Si è distinto per la piccola parte, seppur irresistibile, di uno squalo della finanza in The Wolf of Wall Street di Scorsese, e nei prossimi mesi sarà il protagonista di Interstellar, lo sci-fi post-Batman di Chris Nolan. Il 30 gennaio è uscito anche in Italia Dallas Buyers Club. Già vincitrice di una corposa lista di premi, che tenderà sicuramente ad allungarsi, tra i quali 2 Golden Globe e il Mouse d’Argento al Festival Internazionale del Film di Roma, la pellicola di Jean-Marc Vallée è candidata a 6 Oscar. E una delle candidature è proprio di Matthew McConaughey, in corsa per la statuetta al Miglior attore protagonista.

Dopo la proiezione in anteprima del film, l’attore ha tenuto tre giorni fa a Roma una lunga e gremita conferenza stampa, dove si è aperto rivelando retroscena inaspettati quanto interessanti del suo lavoro e per la costruzione di uno dei personaggi più struggenti, scioccanti e affascinanti visti sul grande schermo negli ultimi anni. In questo articolo riportiamo integralmente la prima parte dell’incontro con il divo sex-symbol dimagrito 23 chili per trasformarsi in malato di AIDS. E alla luce delle sue dichiarazioni, forse l’aspetto meno complesso della lavorazione.

Qual è stata la fase più difficile nell’interpretazione di questo ruolo?

«Probabilmente è il fatto di essere riuscito a realizzarlo, questo film. La sceneggiatura, praticamente ha girato, nel tentativo di realizzarla, per una ventina d’anni, ed è stata rifiutata ben 137 volte. E tante altre i finanziamenti che sembravano esserci, poi sparivano puntualmente. Anche per ciò che ci ha riguardati, ci sono venuti a mancare i soldi a 5 settimane dall’inizio delle riprese. La parte più difficile è stata proprio riuscire a farlo. In quanto a me, invece, la cosa più dura, ma preferisco definirla sfida, è che Ron Woodroof è un personaggio che ha tanta rabbia dentro di sé. Si scontra con due grandi opposizioni. La prima è la morte, e lui fa di tutto per restare in vita e l’altra è l’FDAFood and Drug Administration. La mia sfida principale è stata quella di mostrare una serie di variazioni sul tema della rabbia verso i tanti elementi che gli si presentavano, in maniera da offrire una performance che non fosse mai troppo ripetitiva. Quindi ho cercato di mostrare la rabbia del mio personaggio rispetto a varie posizioni, e da differenti prospettive».

Quando ha iniziato a interessarsi della sceneggiatura rispetto ai vent’anni di gestazione del progetto?

«La sceneggiatura è arrivata sulla mia scrivania circa cinque anni fa. Più o meno quattro anni prima che riuscissimo a iniziare il film. Quando arrivò da me non c’era ancora nessuno legato alla realizzazione. Non c’erano ancora né un regista né una crew. Dopo averla letta mi sono detto: “Devo partecipare a questo film, anche se non so in che forma, e neanche quando”. Immediatamente ci dicemmo di farlo in quello stesso anno, ma iniziò a slittare ogni anno per quello successivo. La prima cosa che ho appuntato sulla copertina della sceneggiatura è stata: “Questa sceneggiatura ha le zanne”. E io sono stato azzannato. Ormai mi aveva preso, avevo assolutamente intenzione di realizzarla. Anche se poi continuava a slittare. Arrivato così l’anno in cui siamo riusciti a girarlo, era gennaio, io ho detto: “Nel prossimo autunno la sceneggiatura verrà trasformata in un film”. Ovviamente qualcuno mi rispose che l’anno prima era stata la stessa cosa, ma questa volta me lo sentivo che si sarebbe fatto. In quel periodo incontrai Vallée, che ne sarebbe divenuto il regista, anche lui determinato quanto me. Ci siamo incontrati a New York dicendoci: “Io ci sto”. Da lì non abbiamo più mollato, anche con ostinazione, ma proprio questo fatto di non cedere alle difficoltà ha costituito la spinta giusta per il film. All’improvviso i soldi sono venuti fuori, ma non erano reali come pensavamo, e come ho detto prima, sono spariti cinque settimane prima del ciak. Noi però non abbiamo rinunciato neanche lì. Nel frattempo io avevo già perso 20 chili e qualcuno provò a suggerirci di spostare le riprese a primavera. La mia risposta fu: “Non se ne parla neanche! Io lo faccio in autunno!” Alla fine c’è stato un piccolo miracolo per i finanziamenti e finalmente ce l’abbiamo fatta».

Per la sua prima nomination all’Oscar concorrerà con un collega che ha lavorato con lei anche in The Wolf of Wall Street.

«Io non ho fatto The wolf of Wall Street, perché ci ho lavorato solo cinque giorni. È stato candidato Jonah Hill invece. E poi Leonardo, che di candidature ne ha avute tante. Vi racconto una storiella. Quando ho scoperto che Martin Scorsese voleva incontrarmi per The Wolf, mi sono ricordato che a New York ho frequentato la Scuola di Cinema nel 1992. Nella mia università studiavo i film di Scorsese. Erano le nostre lezioni. Stacco. Vent’anni dopo. Ed ecco qua che mi sto dirigendo verso casa sua. Così mi sono detto: “Aspetta un attimo… ma questo è il tizio di cui vent’anni fa studiavo i film”. Le prime cose che ho notato dopo il nostro primo incontro sono state che lui ha una profondissima conoscenza di cinema, e che ama tantissimo le cose divertenti. La mia scena, il mio ruolo sono brevi, un po’ come un fulmine. Mi sono comunque documentato facendo ricerche, ho buttato giù delle cose anche improvvisate, ho provato, sono andato da lui a fargli vedere come avevo impostato il personaggio, e a lui è piaciuto subito. Diciamo che dopo cinque riprese non ci parlavamo neanche più in lingua, ma… in musica! E poi quando abbiamo girato la scena, quella mattina, è stato estremamente divertente».

Cosa ne pensa della Grande bellezza di Sorrentino?

«Non ho visto il film, ma ieri sera ho avuto il piacere d’incontrarne il regista, e ci siamo detti qualcosa che in questo ambiente normalmente non si dice. “Ciao, ci vediamo agli Oscar”. Una cosa che, anzi, non si dice mai».

Nella sua carriera è partito molto forte potenzialmente, poi ha fatto molti film, ma solo nell’ultimo periodo ha inanellato una serie di ruoli quasi memorabili, come questo, quello di The Wolf o anche Killer Joe. Che cosa è cambiato negli ultimi tempi? È una questione di scelte, una questione di offerta, oppure è una sua maturazione?

«Credo che sia stata una combinazione di questi tre elementi. Molto spesso mi è stata rivolta questa domanda, che trovo ottima. Ho cercato io stesso di darmi le risposte. Mi ricordo che quattro anni fa ero arrivato a un punto nella mia carriere, in cui ero soddisfatto di quello che facevo. Mi venivano offerti ruoli e facevo cose che m’interessavano e mi piacevano. Ma sentivo di desiderare qualcosa di più. Ho deciso allora di ricalibrare il rapporto con il mio lavoro. Avevo, soprattutto in quel momento, una vita più avventurosa di quanto fosse la mia carriera. Era più vitale, più eccitante, più entusiasmante. Se avessi dovuto scegliere, avrei optato per una vita avventurosa, rispetto a una carriera avventurosa. Fino a quel momento mi arrivavano molte sceneggiature, e spesso leggendole mi dicevo: “Questo ruolo potrei farlo anche domani”. Però il ruolo che avrei voluto ricoprire era quello che rappresentasse per me una sfida, che mi spaventasse, che mi facesse porre la domanda: “Come lo affronto? Come mi preparo a realizzarlo?” Ho finito per dire no a tantissime cose, come film d’azione, commedie romantiche… E mia moglie mi ha ricordato che prima o poi il filone si sarebbe esaurito e sarei finito senza altre offerte. Ho riflettuto su questa cosa, ed è stato così: non mi hanno offerto più niente. “Ma per fortuna” poi mi sono detto “ho abbastanza soldi in banca, l’affitto posso pagarlo, qualcosa sulla tavola posso metterla…” Così mi sono permesso questo lusso. E nel frattempo è nato il mio primo figlio, e con tutto quel tempo a disposizione mi sono potuto dedicare a lui. Credo che la vita, in un certo senso, funzioni anche così. Ad un certo punto, poi, sono diventato una specie di buona idea. Un possibile attore a cui pensare per alcuni registi come William Friedkin per Killer Joe, o per Soderbergh. Potermi pensare in un altro ruolo è stato non un rifacimento del marchio, ma una specie di cancellazione invece. Poi ormai ho passato i 40 anni, e succede a tutti gli uomini in questo ambiente, che sotto l’effetto di una maturazione si comincino ad avere nuove idee, nuove aspirazioni e altre aspettative. E inoltre è importante la famiglia. Quanto più un uomo si sente sicuro a casa, tanto più è in grado di volare alto. A questa combinazione di cose si aggiunga che ho chiuso la mia società di produzione musicale, la mia società di produzione cinematografica, e ho detto che voglio essere solo un attore».

Continua…

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