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Cinespresso | November 19, 2019

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Tutto su Matthew McConaughey 2/3

Tutto su Matthew McConaughey 2/3
Francesco Di Brigida

Con la seconda parte della conferenza di Matthew McConaughey, in versione integrale, l’attore parla del set di Dallas Buyers Club, il film candidato a 6 statuette

Sarà distribuito dalla Good Films in 150 copie iniziali, il film sulla storia vera del cow-boy omofobico, razzista e donnaiolo che dal 1986 lottò contro il virus dell’HIV. Una storia dura per due protagonisti in stato di grazia. Jared Leto, candidato come Miglior attore non protagonista, nei panni di Rayon, un travestito con la stessa malattia di Ron Woodroof, il personaggio di Matthew McConaughey, che con la sua nomination come Miglior attore protagonista potrebbe sorprendere tutti il 2 marzo, quando saranno assegnate le statuette.

Entrambi eccelsi in un lavoro di trasformazione fisica che passa soltanto per l’impressionante dimagrimento, arrivando a due diversi e strabilianti usi di corpo e voce, e quindi a una credibilità dei personaggi di qualità astronomica come pochissime altre cose viste al cinema dall’inizio del millennio, nei due attori – e in tutto il film intorno a loro – ci sono tutto il dramma, la sofferenza e la più ostinata ricerca della vita di due uomini colpiti dallo stesso dramma. Dallas Buyers Club è una storia anche d’inaspettata amicizia. Uscito in America nello scorso novembre e nelle sale italiane da fine gennaio, che il protagonista ha raccontato la sua esperienza durante una generosa conferenza stampa tenuta a Roma per accompagnare l’uscita del film. Riportata in versione integrale, questa ne è la seconda parte.

Ha ricevuto molti no. Cosa di questa storia spaventava i produttori? Perché pensavano che il film non potesse piacere, e qual era la motivazione, secondo lei?

«Rifiutato 137 volte. Quando qualcuno decide di investire in un film, in particolare se si tratta degli Studios, quello che dicono è: “Si, voglio fare buona arte, ma voglio anche guadagnare su quello che ho investito”. Quando leggono che è un film d’epoca, cioè ambientato in un certo periodo storico, un dramma sull’HIV, che ha un eroe omofobico, subito pensano: “Così i soldi non li riavrò mai!” È questo il punto».

Perdere venti chili non è un’impresa da poco, rimanendo in salute e dovendo affrontare un lavoro che richiede energie. Come ha fatto?

«È stata una cosa da militante. L’ho fatta con precisione specifica. Mi sono consultato inizialmente con un medico che ha calcolato quanto peso potessi perdere. L’idea era quella di arrivare a una ventina di chili, per la quale mi ero dato un tempo di 4 mesi. Perdevo circa un chilo e mezzo o due a settimana. Ho anche vissuto da eremita, rinchiudendomi in casa, evitando di andare a eventi sociali e incontri nei ristoranti. Ma mi sono circondato delle stesse cose che avrebbe scelto Ron Woodroof in Dallas Buyers Club, cominciando a impormi questo regime. Sulla perdita di energia e di forza, la cosa sorprendente è stata che quanto più perdevo potenza dal collo in giù, tanta ne guadagnavo dal collo in su. Innanzitutto avevo bisogno di meno ore di sonno. Mi svegliavo ogni mattina alle quattro, avevo una carica, un’energia che erano simili a quelle di Ron. Mentre il suo corpo rinsecchiva, la sua mente prosperava insieme al suo desiderio di sopravvivere. E questo l’ho potuto riscontrare anche in un mio amico che soffriva di cancro. Il suo corpo perdeva la carica, ma la sua mente era come un uccellino affamato all’interno del nido: aspirava a cibo e vita».

Per questa sua nuova vita d’attore di cui ha parlato prima, qual è stato il momento cruciale?

«Credo che sia stato un insieme di cose, non soltanto un ruolo specifico. Dai riscontri ricevuti, il lavoro fatto negli ultimi anni rappresenta un cambiamento, sì. Probabilmente il primo ruolo è stato in questo thriller drammatico, The Lincoln Lawyer. Mi ha dato un personaggio – poi anche ben accolto – che ha avuto anche buoni riscontri di botteghino. Forse ha fatto tornare indietro le persone a un altro mio ruolo degli inizi che era A time to kill – Il tempo di uccidere. Forse il pubblico si sarà ricordato: “Ok, era bravo anche in quello”. Riguardo a me, quello che mi piace fare è mettere la testa sotto e lavorare. Mi piace molto di più il processo di realizzazione di un film, che vederlo. Amo l’idea di concentrarmi su quello che è il mio uomo. È una specie di ossessione a senso unico su ogni aspetto del mio personaggio, e poi un bel giorno arriva qualcuno che mi dice: “Ok, è finita. Adesso te ne puoi tornare a casa”.».

Come ripartirà adesso il suo futuro, magari ambisce al nuovo James Bond?

«Riguardo a James Bond, non ne so niente».

Com’era il suo rapporto con gli altri attori sul set, c’è qualche aneddoto sulla lavorazione che può raccontare?

«Non è che ci siano stati questi grandi rapporti con gli altri attori. Jennifer Garner la conoscevo perché ci avevo già lavorato in precedenza. Non conoscevo invece Jared Leto, né lui conosceva me. Ci siamo incontrati soltanto dopo avere finito le riprese. Il giorno dopo sono andato da lui e gli ho detto: “Piacere, io sono Matthew”. E lui mi ha risposto: “Ciao, piacere, io sono Jared”. Prima di quel momento non c’era stato nessun incontro fra di noi. Non avevamo tempo per chiacchierare, e poi non c’interessava neanche. Come non c’interessava chiederci com’era andata la settimana, la giornata, come stavamo, o andare a bere un bicchiere di vino insieme. Io tutti i giorni andavo a lavoro e incontravo Rayon, e lui tutti i giorni incontrava Ron Woodroof. Non avevamo tempo, né voglia, né interesse a conversare sulla nostra vita privata. Anche questo è il bello del nostro mestiere: vivi in una bolla così divertente dove, in quanto attore, sei qualcun altro  vivendone la storia. Quando finivamo di lavorare non tornavamo nelle nostre roulotte, non riuscivamo ad arrivarci. Non stavamo lì per un quarto d’ora ad aspettare il cambio del set. Non c’era tempo. In quei 25 giorni in cui abbiamo girato, siamo andati lì e abbiamo lavorato. Guardavamo dall’interno di quella bolla verso l’esterno. Il resto non c’interessava».

Continua…

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