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Cinespresso | May 23, 2019

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Intervista a Elena Arvigo, in scena con “Donna non rieducabile”

Intervista a Elena Arvigo, in scena con “Donna non rieducabile”
Annalisa Masi

Elena Arvigo è Anna Politkovskaja in un’opera ispirata ai brani autobiografici e agli articoli della giornalista russa. In una breve intervista ci racconta cosa vuol dire confrontarsi con questa donna coraggiosa e libera

Era il 2006 quando Anna Politkovskaja fu assassinata. Giornalista russa famosa per l’impegno civile e i reportage sugli orrori della guerra in Cecenia, fu colpita nell’ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. Un colpo per la libertà d’informazione e per coloro che ancora ci credono, che scosse il mondo, lasciandolo interdetto e senza fiato. Oggi, a otto anni di distanza, l’inchiesta sulla sua morte è ancora aperta, e la ferita non rimarginata.

La storia di una donna coraggiosa e libera, come testimoniano i numerosi brani autobiografici e gli articoli che ci ha lasciato. Proprio da questi preziosi materiali ha tratto spunto Stefano Massini, drammaturgo fiorentino, per il monologo Donna non rieducabile, in scena fino al 15 febbraio al Teatro Brancaccino di Roma. Nei panni della giornalista russa troviamo Elena Arvigo, artista profonda e poliedrica qui impegnata anche nella cura del progetto, con il supporto di Rosario Tedesco.

Un testo che ha già conquistato il pubblico italiano, con decine di rappresentazioni. Ora questa nuova edizione che ti vede protagonista. Quale è stato il tuo approccio nella lavorazione dell’opera?

«Donna non rieducabile è un testo molto particolare, che esce dagli standard poiché la storia che racconta è ancora aperta, soggetta a cambiamenti. Per questo, la definizione che più gli si addice è progetto di studio. Nel raccontare il personaggio, mi sono concentrata sulla storia e sul mio modo di viverla, lasciandomi indicare la strada. Soprattutto, mi interessava che emergesse il racconto, e che gli spettatori ne uscissero arricchiti, stimolati alla riflessione».

Cosa vuol dire interpretare una donna come Anna Politkovskaja? Quali emozioni si provano?

«Ho sentito soprattutto un forte senso di responsabilità, quella che si prova nel raccontare una storia vera. Mi sono confrontata con personaggi diversi, anche leggeri, ma credo che sia importante mettersi in gioco anche in questo senso. È una sensazione meravigliosa, la responsabilità, soprattutto messa in relazione con storie di valore come quella di Anna. E contribuisce a far riscoprire l’importanza del teatro, quello della tragedia, intesa come rappresentazione di avvenimenti importanti, non tristi».

Donna non rieducabile inaugura un ciclo di monografie dedicato a figure femminili legate alla guerra. Cosa ti unisce a personaggi così forti e complessi?

«Mi sono accorta con il tempo di quanto sia importate investire al meglio le proprie risorse. Ecco che, la scelta di un personaggio è diventata per me come la scelta di una “compagna di viaggio”. Come in questo caso, dove il mio impegno va ben oltre le prove e la messa in scena. Per esempio, in questo caso, mi piacerebbe andare in Russia per conoscere la figlia di Anna. Un progetto, quindi, che supera i confini del teatro in cui la storia viene rappresentata».

Stefano Massini, autore del testo, la presenta come un’opera dalla forte portata fotografica. Tu come la descriveresti dal punto di vista stilistico?

«Una serie di istantanee, un album di immagini attraverso cui lo spettatore scopre esperienze, situazioni, atmosfere e stati d’animo. Un collage composto da quasi venti quadri, apparentemente slegati tra loro, ma in realtà uniti da un sottile filo conduttore. Come i ricordi».

Oggi al Teatro Brancaccino di Roma, Donna non rieducabile sarà in scena anche al Teatro Argot Studio dove l’8 marzo aprirà la rassegna Scena Sensibile.

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