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Cinespresso | July 20, 2019

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Time out of mind: Richard Gere nelle vesti di barbone

Time out of mind: Richard Gere nelle vesti di barbone
Lorenzo Colapietro

Review Overview

Cast
6.5
Regia
6
Script
6

Rating

Oren Moverman dirige Richard Gere in un dramma crudo e senza orpelli che racconta la vita degli homeless di New York. Time out of mind, nonostante l'ottima idea di partenza non decolla e rimane statico, non aiuta nemmeno l'ottima interpretazione di Gere.

Richard Gere diventa un homeless nel nuovo film di Oren Moverman, e racconta il dramma dei senza-tetto al Festival Internazionale del Film di Roma

George è un uomo disperato. Senza un posto dove stare, si ritrova alla deriva nelle inospitali strade di New York City. Fallite tutte le possibilità di trovare un alloggio, Goerge si ritrova in centro di assistenza per senza tetto: il Belleuve, nel quale entra in contatto con la vita degli emarginati della Big Apple. Tra anime perse ma che non si arrendono, l’uomo toccherà con mano una realtà che ha sempre rifiutato.

Time out of mind diretto da Oren Moverman è un film crudo, senza orpelli che descrive il dramma di un uomo incapace di riconoscere se stesso e di guardare in faccia la vita. Un Richard Gere indubbiamente straordinario, mattatore assoluto di una pellicola che però non decolla e rimane eccessivamente statica. Lo scopo di Moverman è quello di raccontare senza abbellimenti e in maniera a volte spiazzante, il dramma della povertà e la tragica vita degli homeless. Una sceneggiatura che lo stesso Gere, in conferenza stampa ammette di avere sotto mano da tempo:

“Lo script ha circa 10 anni, ma al tempo non mi ritenevo in grado di girare una pellicola di questo livello, nonostante però il tempo passasse il mio pensiero tornava alla sceneggiatura. Leggendo poi The land of lost souls di Cadillac Man mi sono reso conto di quanto fosse “asciutta” la sua storia e di come volevo comunicare la stessa cosa in Time out of mind”

L’attore ci parla anche di come sia stato il suo viaggio fra i senzatetto newyorchesi:

“Ho fatto molta ricerca e ho capito che doveva essere fondamentale il concetto dell’invisibilità. Le telecamere erano nascoste e nessuno sapeva – ad inizio riprese – se fossi stato riconosciuto durante le scene. Ma nessuno ha incrociato il mio sguardo, nessuno vedeva oltre i miei abiti trasandati o il mio chiedere elemosina, mi sono reso conto di come alcuni tipi di persona siano completamente trasparenti.”

Una caratteristica della pellicola è il passato sconosciuto del protagonista, una scelta piuttosto rischiosa che non ha di certo aiutato il film, Gere difende l’idea dichiarando:

“Una delle cose che non andava nella prima stesura dello script era proprio il fatto che veniva rivelato troppo del passato di George, ed era una cosa che non mi interessava, anzi era davvero poco importante dal mio punto di vista, perché quando si cammina per strada non ci chiediamo quale sia la storia del barbone che abbiamo davanti, vediamo solo il presente, quello che lui è adesso. Parlare della sua vita passata e del perché sia diventato un homeless sarebbe stato troppo facile”

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