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Cinespresso | December 11, 2019

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Benvenuti al Grand Budapest Hotel

Benvenuti al Grand Budapest Hotel
Francesco Di Brigida

Review Overview

Cast
7.5
Regia
8
Script
7.5

Rating

Una sceneggiatura ricca di intrichi e ostacoli, citazioni, scoperte e segreti, avvincente come un romanzo classico ai tempi della sua prima uscita. Da vivere nella catarsi della sala perché si nutre degli elementi che hanno reso grande il cinema.

Anno: 2014 Durata: 100’ Distribuzione: 20th Century Fox Genere: Commedia, Avventura Paese: Usa Produzione: American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Scott Rudin Productions, Studio Babelsberg Productions Regia: Wes Anderson Uscita: 10 Aprile 2014

Le mirabolanti avventure di Ralph Fiennes nei panni di un consierge d’altri tempi. Questo e molto altro nel nuovo cinemondo targato Wes Anderson

Aprile è il mese d’uscita di Grand Budapest Hotel. Per il suo nuovo film Wes Anderson ha riunito molti volti noti della sua filmografia insieme a delle new entry di tutto punto. Dopo aver ambientato le sue storie in mare, nelle aridità asiatiche e in riva a freschi laghi, questa volta si va in montagna. La storia parte dagli anni ’60. In un vecchio e maestoso hotel in decadenza che ricorda vagamente, ma col sorriso, l’Overlook di Shining  si incontrano lo scrittore in cerca di una storia interpretato da Jude Law e un anziano e misterioso milionario, Zero Moustafa (F. Murray Abraham). Il racconto dell’uomo ci porta negli anni ’30, quando il Grand Budapest Hotel era il fiore all’occhiello della Repubblica di Zubrowska. Arroccato sulle Alpi dell’Europa dell’Est, a governarlo con raffinatezza, professionalità e un po’ più d’un pizzico di semplice piaggeria per le più attempate e danarose ospiti, era l’affabile consierge Gustave H (Ralph Fiennes).

Il salto di Wes Anderson in un’epoca a cavallo tra le due Guerre Mondiali è compiuto. Al fianco di Gustave troviamo proprio il giovanissimo Zero (Tony Revolori), garzoncello alle primissime armi che lo seguirà nelle sue più minuziose istruzioni non solo per la complessa missione del servizio alberghiero, ma in un’avventura inusuale, piena di rischi e dai risvolti più incredibili. La morte di un’abituale e facoltosa cliente, l’ottantquattrenne Céline de Villeneuve Desgoffe und Taxis, detta Madame D (Tilda Swinton), e amica intima del baffuto protagonista, un Fiennes in grande spolvero, è la miccia che innescherà una serie di corse all’eredità, ricerche di sicari, arresti ed evasioni, incontri d’amore segreti, inseguimenti, fughe e sparatorie.

Per l’occasione il regista texano fa ruotare nel suo nuovo mondo filmico tutto monti, funicolari e neve vera un cast di all stars: Bill Murray, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Edward Norton, Willem Dafoe, Harvey Keitel, Jeff Goldblum,  Adrian Brody, Tom Wilkinson e Mathieu Amalric. Gruppo ancor più numeroso di quello dei Tenenbaum per la sua nuova commedia da risate a denti stretti. L’umorismo marziano e unico dell’autore vive di scene macchiniche. Dal gusto slapstick ai rocamboleschi inseguimenti alla Mack Sennett tinge l’estetica dell’immaginaria Zubrowska di stile decò, superando pur evocandola con le sue attempate clienti la Belle Epoque con un pizzico di bizarria barocca e toni grotteschi. Non mancano rimandi alla commedia all’ungherese dei telefoni bianchi, anche se i personaggi seppur accennati hanno un ethos più profondo. I loro costumi nascono dai modelli di Milena Canonero, vincitrice di tre Oscar, tenendo i character molto legati ognuno alla propria immagine, come nella migliore tradizione alla quale ci ha abituati Anderson. Per le location invece, il film è stato girato nella cittadina tedesca di Görlitz, patrimonio Unesco, da dove vengono anche i dolci preparati dall’abilissima Agatha (Saorise Ronan), la pasticcera innamorata del giovane Zero. Quelli preparati nel celebre ma finzionale laboratorio Mendl’s sono i veri Courtesan al Cioccolato del pasticcere locale Anemone Müller-Grossman.

“Posso offrire a voi detenuti un piatto di poltiglia?”

Dalle delizie alle sbobbe, si finirà anche in un carcere di massima sicurezza in stile Sing Sing, e ci sarà davvero da vederne delle belle. E a proposito di vista, è qui che Anderson dimostra in primis la sua originalità. La sua inquadratura ricerca continuamente la simmetria non solo delle scenografie, ma coglie quasi sempre frontalmente e centralmente gli attori in quadri a costruzione ordinatissima portando sotto pelle un’ironia giocosa, perniciosa quasi ai limiti del fastidio sì, ma sottile quanto avvolgente. La lunga avventura con alle porte il dominio nazista è in realtà lo sfondo mirabolante tessuto intorno alla storia d’amicizia tra il garzoncello e il suo mentore, ma circonda ugualmente la love-story tra il ragazzo e la bella pasticcera Agatha.

I cattivoni di turno Brody e Dafoe – l’iracondo ereditiere e il suo sgherro – hanno invece la stessa valenza drammatica di quelli su certi vecchi fumetti per ragazzi (non i manga, per intenderci). Caratteristica peculiare degli antagonisti dipinti da Anderson che rende ogni suo plot lieve e un po’ favolistico è una cattiveria non malvagia, ma tenue e funzionale alla storia più che al conflitto. Come dalla stessa ammissione del regista, ispirato dalle opere di Stefan Zweig, l’atmosfera che si respira è quella di uno splendore mitteleuropeo di stampo prussiano che oggi è diventato soltanto un lontano antiquariato dell’immaginario. Fiennes, Revolori & Company lo spolverano con classe in una pellicola dal plot molto più lungo della sua durata. Densità di uno script per nulla scontata nei film degli ultimi anni. Una sceneggiatura ricca di intrichi e ostacoli, citazioni (come il dipinto di Schiele), scoperte e segreti, avvincente come un romanzo classico ai tempi della sua prima uscita.

Seppure cavilloso magari agli occhi di alcuni spettatori pigri, troppo sfarzoso o inutilmente macchinoso per i suoi detrattori un po’ mugugnanti, Grand Budapest Hotel è una storia da vivere nella catarsi della sala perché si nutre degli elementi che hanno reso grande il cinema: una grande storia immersa in un periodo ben determinato, bene e male che s’inseguono, tanti attori operai di altissimo talento e protagonisti d’eccezione. Ma soprattutto la costruzione di un mondo che non esiste nella sua interezza, ma diventa vero con l’artigianato magico che si nasconde dietro la cinepresa, e fatto di set, ricostruzioni, montaggio veloce, estetiche ben dosate e tanta azione. Ma su tutto ironia e buoni sentimenti.

Le foto dal set di “Grand Budapest Hotel” sono sulla nostra pagina Facebook

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