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Cinespresso | November 19, 2019

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All is lost. Le location e le rotte del set

All is lost. Le location e le rotte del set
Francesco Di Brigida

Secondo approfondimento su All is lost il film con Robert Redford in sala dal 6 febbraio

Sul suo personaggio, Robert Redford ha avuto le idee piuttosto chiare fin da subito. «Ho pensato a Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson). Al film e al personaggio, soprattutto perché fui io a sviluppare quel progetto. Poteva scegliere fra arrendersi o continuare, ma lui continua, perché non c’è altro. E questo film credo suggerisca la stessa cosa. Lui semplicemente non si arrende perché non c’è altro da fare. Qualcuno non farebbe così, ma lui sì».

«Queste vasche danno l’impressione del mare aperto, ma in un ambiente controllato, dove, abbiamo potuto realizzare un sacco di acrobazie ed effetti speciali senza rischi. È veramente l’unico posto al mondo in cui avremmo potuto girare il film». È stata l’opinione di Anna Gerb, executive di All is lost, il film che vede un 77enne Redford più in forma che mai, in un’inedita versione marina. E le vasche in questione sono tre dei Baja Studios di Rosarito Beach, nella Baja Peninsula in Messico. I bacini cinematografici più grandi del mondo furono opera di James Cameron e del suo team ai tempi di Titanic. Le enormi vasche sono state usate anche da J.C. Chandor e la sua crew, compresa la più grande piscina mai costruita, che si estende fondendo con il mare il suo orizzonte, praticamente invisibile.

C’è un episodio che Gerb ricorda in modo particolare, quando a largo di Ensenada, a circa 80 miglia a sud da San Diego, Robert Redford approdò col la Virginia Jean che mostrava sul fianco un buco rattoppato. «Fu straordinario vedere la reazione dei veri marinai nel porto. Guardavano la nostra barca che evidentemente aveva subito un incredibile incidente. Aveva una troupe cinematografica appesa al lato e Robert Redford al timone!».

Tra le location adottate dalla produzione sono stati diversi punti dell’Oceano Pacifico e dei Caraibi. In particolare, per le riprese subacquee che vedono squali, barracuda e yellowtail sono state utilizzate le acque cristalline delle Bahamas, al largo di Nassau e di Lyford Key. Mentre per le sequenze con le navi container le riprese si sono svolte fuori dal porto di Long Beach, a sud di Los Angeles, e vicino all’Isola di Catalina.

Per curare la fotografia di All is lost sono stati scelti due direttori. Frank G. DeMarco – con all’attivo Shortbus, Margin Call, Mad Man – si è occupato degli interni e degli esterni tra la barca, la plancia e il container, mentre Peter Zuccarini – già direttore della fotografia in Vita di Pi, Pain & Gain, Hunger Games – La Ragazza di Fuoco e Pirati dei Caraibi – La Maledizione della Prima Luna – ha girato nei set subacquei. «In un film con minor dialogo puoi fare molte più riprese». Ha raccontato DeMarco, che ha proseguito: «Altra cosa interessante è che come in un film muto, il regista talvolta può dirigere l’attore durante la ripresa. J.C. poteva in effetti dire: “Bob, ora ricorda questo, poi fai quello, e agguanta quell’altro… e guarda là”. Tutto mentre la macchina da presa girava». Sottolineando anche quanto sia stato d’aiuto scegliere obiettivi grandangolari e utilizzare molta luce naturale. E l’effetto non fatica a venire fuori in un realismo dall’atmosfera che lascia con il fiato sospeso. Nel bene della bellezza semplicemente azzurra di un oceano calmo e assolato, quanto nel tormento delle onde che daranno del filo da torcere al naufrago Redford.

A Zuccarini è spettato invece il lavoro “sporco”, che invece in All is lost è soltanto lavoro “bagnato”. «Sono specializzato nel piazzare la macchina da presa in posti molto bagnati. Così quando ho visto che fin dall’inizio c’era acqua che entrava nella barca, che lui ne è sommerso, che gli schizza in faccia e che le onde si scaricano su di lui, lo ammetto, ero piuttosto eccitato». Con il suo team, Zuccarini è esperto nel sigillare le cineprese, equilibrarne il peso con il respiro e nuotare sott’acqua realizzando riprese uniche. E dal suo lavoro vengono tute le scene,  come quelle di tempesta, quelle sui pesci e le incidentali immersioni del protagonista. Tutte estremamente realistiche e ben montate nel resto dell’opera.

In una pellicola come questa anche il sonoro è fondamentale, e in realtà costituisce, sorreggendolo, tutto il pathos fonico evitato dall’assenza di parole. Per ricostruire l’ambiente sonoro dell’avventura più acquatica di Robert Redford è stato ingaggiato il team vincitore dell’Oscar, dello Skywalker Sound di Marin County. Il gruppo formato da Richard Hymns, e Gary Rydstrom al montaggio del suono, e Steve Boeddeker e Brandon Proctor per il sound design e il missaggio della colonna sonora. Tra i film ai quali hanno lavorato i quattro professionisti sono: Salvate il Soldato Ryan, Avatar, Jurassik Park, Now you see me, la riedizione dell’Esorcista, In mezzo scorre il fiume, Mars Attacks!, Willow, Sweeny Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, Lincoln, Fight Club e una miriade di altri.

Per le musiche invece, il regista pensava a note semplici, senza pianoforte. Così nel missaggio finale sono finiti, oltre ad alcuni elementi orchestrali, anche sintetizzatori, campane tibetane, campanelli di cristallo, e bassi che imitano il verso delle balene, con una specie di effetto fanfara. «In un certo senso fu scioccante. È incredibile che J.C. avesse fiducia in qualcuno che non aveva mai composto per un film». È l’esternazione di Alex Ebert, leader degli Edward Shape and the Magnetic Zeros, che ha esordito nel cinema proprio con il secondo film di J.C. Chandor. «La più grande difficoltà» ha spiegato Ebert «è stata riuscire a mantenersi su quella linea sottile che separa verità da melodramma. Non vuoi né tirare troppo corto, né troppo lungo. Vuoi centrare l’emozione con precisione. Qualsiasi altra cosa sarebbe non renderle giustizia».

Il film, nelle sale dal 6 febbraio, ha già alzato le prime polveri sulla veridicità delle scene nautiche rispetto alla vera attività velica. Alcuni esperti dello sport tra i più antichi e ancestrali già contestano dal web le diverse imprecisioni e incongruità che scorrono nel film di Chandor e Redford. Opposizioni razionali e tutto sommato condivisibili. Ma la domanda è: se nel cinema si rispettasse solo e soltanto la vera realtà, che cosa ne sarebbe delle grandi storie d’amore impossibili ma a lieto fine, degli inseguimenti in controsenso tra decine di stunt senza un graffio, delle sparatorie adrenaliniche e acrobatiche o delle lotte mirabolanti nei film di arti marziali, dei viaggi nel tempo o delle tecnologie portate all’estremo delle leggi fisiche in tanti plot? In una parola, il cinema è sogno, e senza sogno non esisterebbe cinema. Piuttosto interessante come spunto sarebbe invece la critica secondo la quale il mare e la vela vengono sempre descritte, troppo spesso sul grande schermo, come sfondi di storie cupe, pericolose, thrilleriche, drammatiche, ma mai positive, vitali, o quantomeno un po’ più rassicuranti su uno sport splendido e immerso nella natura.

«È un film sul perché si continua a lottare». È la riflessione del producer Neal Dodson. «Sul perché si cerca di vivere. Su perché si lotta contro la morte quando sembra ovvio che è il nostro momento di andarcene. Rispondere a quella domanda che riguarda gli esseri umani è qualcosa che filosofi, religioni e grandi pensatori hanno tentato da sempre. Credo che il film cerchi di porre quell’eterna domanda in una maniera nuova. E personalmente, sono molto più interessato a guardare e a fare film che pongano domande piuttosto che a film che danno risposte».

Fonte: Universal Pictures Italia

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