Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Cinespresso | November 17, 2018

Scroll to top

Top

No Comments

Tutto su Matthew McConaughey 3/3

Tutto su Matthew McConaughey 3/3
Francesco Di Brigida

Il protagonista del film pluricandidato agli Oscar, Dallas Buyers Club, nella terza e ultima parte della sua conferenza fiume tenuta a Roma

Il suo talento un po’ guascone ma dai bagliori in profondità era già uscito allo scoperto con Ed’s Tv, la commedia di Ron Howard su un ragazzotto improvvisamente protagonista di un grande reality. Come attore brillante in La rivolta delle Ex, spogliarellista in Magic Mike, folle agente cinematografico in Tropic Thunder, avventuriero in Sahara, o poliziotto senza morale in Killer Joe. Sono solo pochi dei numerosi film interpretati dall’attore originario del Texas prima della sua interpretazione capolavoro in Dallas Buyers Club. Pur di varie qualità i suoi lungometraggi, il suo trasformismo e il suo rischiare su ruoli sempre inusuali ne fanno un attore dalla carriera di tutto rispetto.

Nella terza parte della sua lunga conferenza con la stampa italiana tenuta a Roma per il film in corsa per 6 Oscarsempre in versione integrale, come le due precedentiMatthew McConaughey ha parlato di case farmaceutiche, trasformazioni fisiche per acciuffare il suo personaggio, delle sue impressioni sul film e delle reazioni delle comunità gay a quest’ultimo lavoro.

Qual è la caratteristica di Ron che ha fatto sua, che le è rimasta?

«La lezione di vita che ho imparato da Ron è: “Se vuoi qualcosa, fattela da solo”. È un detto che questo personaggio mi ha riportato alla mente».

Hollywood ha sempre mostrato la sua passione per le trasformazioni fisiche, soprattutto dei belli in brutti. Secondo lei la candidatura agli Oscar sarebbe arrivata anche senza i 23 chili di meno?

«La portata fino al limite dove si può spingere un essere umano non rappresenta la misura della buona arte. Spingersi molto in là può essere segno di espressione del sé, ma non significa necessariamente arte. Il fatto che io abbia perso tutto quel peso, può aver rappresentato, prima che la gente vedesse il film, il valore rappresentato dallo shock. Guardando il poster, magari si esclama: “Quanto è magro!” Ma questo non è un film di Matthew McConaughey che è diventato secco! È un film che parla di Ron Woodroof. Dopo la prima scena non vedi me, ma Ron. Ed è successo anche a me, guardando il film. Quando l’ho visto, sapevo di essere io, infatti ho pensato: “Mamma mia, sembri un rettile!”. Ma dopo la prima scena seguivo il personaggio vero, la storia vera, perdendomici dentro. E questo lo percepisce anche il pubblico, a prescindere dal fatto che piaccia o non piaccia: nell’impatto ti lascia qualcosa, comunque. E vale anche per Jared Leto e per gli  altri protagonisti. All’inizio è un impatto fortissimo anche con lui, ma poi è la storia che prende il sopravvento».

Come sta vivendo l’attesa della Notte degli Oscar?

«Non la vivo in un’atmosfera di aspettativa. Non sono lì ad aspettare con ansia. Mi sto godendo questo periodo invece. Vado in giro per il mondo a parlare del film. Oggi sono qui, poi andrò in Inghilterra, poi in Germania, e quando tornerò in America continuerò a condividere questa esperienza, questo lavoro. Anche se in realtà è il film che mi precede. Posso parlarvene da questa sala, ma il film parla da solo. È molto diverso dalla promozione, che io non faccio in questo caso, perché potrei continuare a parlarvene per i prossimi cento anni. Non solo per ciò che rappresenta, ma anche per il modo in cui è stato fatto: il pochissimo tempo impiegato, meno di 5 milioni di budget e le tante difficoltà. Ed è candidato come Miglior film grazie alla storia, e agli altri attori. Ne sono estremamente orgoglioso, e non mi stancherò mai di parlarne».

Le case farmaceutiche – che sono l’obbiettivo del protagonista – e le cure alternative sono temi caldi anche in Italia. Che ricaduta ha avuto in America questo aspetto del film, e cosa pensa delle cure alternative?

«Nel 1986 l’HIV era una patologia che i medici non sapevano come curare. Davano l’AZT alle persone perché aveva funzionato con alcuni malati ci cancro. Che poi l’AZTAzidotimindina – attaccasse non solo il virus, ma anche tutte le altre cellule del corpo, abbattendo la qualità di vita dei pazienti, non dava molte alternative. Purtroppo non c’era una soluzione nascosta in un angolo. Non si sapeva davvero cosa fare. La verità è che trovare una cura per l’HIV non era in cima alla lista delle priorità, perché era una problematica lontana dai gruppi d’interesse. È stato Ron Woodroof che ha fatto rumore con l’FDA. Lui ha cercato di gettare una luce sul problema, obbligando l’FDA a prenderne nota, quantomeno. Non è stato il crociato che ha marciato su Washington, perché ha perso la sua causa, ma ha sollevato la polvere. Sulle cure alternative il terreno è insidioso. Si accenna nel film. Se una persona è affetta da una patologia terminale e la sua vita avrà presto fine, perché impedirgli di provare quest’alternativa? D’altra parte c’è il problema delle cause che vengono inventate, delle compagnie assicurative e di molti altri elementi economici che rendono le cose poco chiare. Quando medicina e business si mescolano ci sono sempre zone d’ombra. So di persone che assumono medicine alternative e la cosa ha un buon effetto, mentre per altre non ha funzionato, e forse sarebbero state più efficaci quelle approvate dall’FDA. L’argomento è annoso non solo per l’Italia, ma anche per l’America e il suo sistema sanitario, in particolare con la riforma che è stata approvata da Obama. La forza del film sta nel fatto che pur essendo ambientato negli anni ottanta, resta comunque attuale per la rilevanza dei suoi temi. E un film che in un certo senso rimane attaccato alla pelle della gente».

Come ha recepito il film la comunità gay, e qual è stata secondo lei la percezione della comunità camp su un problema non ancora risolto?

«La comunità gay e lesbica ha accolto molto bene il film. Delle persone sono venute da me dicendomi di ricordare quel periodo, di aver perso un fratello, chi un amico… Confrontando il periodo con la situazione attuale, l’argomento era un tabù, e una cosa vergogna essere affetti da questa malattia. Oggi ripensandoci, mi rendo conto che alcune persone che conoscevo e non ci sono più, probabilmente erano affette da HIV, però non ne hanno mai parlato, perché era una cosa da nascondere. Ma oggi non è più così. Questo film è importante sia per le generazioni più grandi che per le giovani che non hanno idea di come fosse all’epoca. Oggi l’FDA ha approvato un farmaco costituito di tre principi attivi. Uno continua a essere l’AZT, ma è compensato negli effetti negativi dagli altri due, rendendolo molto più efficace. All’epoca essere affetti dal virus significava essere stigmatizzati come paria o lebbrosi, oggi invece non c’è più bisogno di vergognarsene».

Submit a Comment

UA-40058008-1