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Cinespresso | December 16, 2019

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Oltre il sipario: Tre attrici si raccontano e raccontano la Milano teatrale 2/3

Oltre il sipario: Tre attrici si raccontano e raccontano la Milano teatrale 2/3
Eugenio Murrali

Continua il nostro sguardo sul panorama teatrale del capoluogo lombardo. Dopo Rosalina Neri è il turno di Raffaella Azim

Raffaella Azim ha invece studiato alla scuola del Piccolo. Mi accoglie nel suo incantevole terrazzo romano, vicino al Gianicolo, il panorama è perturbante, la luna è woyzeckiana, rossa, ascetica e seducente come Raffaella, che da alcuni anni non abita più a Milano, ma ne sente una grande nostalgia. Racconta così gli anni Settanta: “Milano era una città che ospitava la cultura, potevi vedere spettacoli di Kantor, di Thierry Salmon, di Grotowski, di Barba. Noi attori ci incontravamo nelle case, nelle piazzette e sognavamo di cambiare il mondo”.

Il provino era così al Piccolo. Bisognava passare al teatro, da Nina Vinchi, un’istituzione al Piccolo, e iscriversi costava mille lire. Preparai un pezzo di Goldoni, di Brecht, una canzone. Mi misi tutta in grigio, serissima, sembravo una della polizia. Ero la quattrocentesima e dovevo prendere il treno. Bussai, chiesi di fare il provino prima. Nella commissione c’erano grandi attori di un tempo e poi il “successore” di Grassi – insegnava infatti etica comportamentale e storia dei riti –, Donaceti, che parlava come Paolo Grassi, era Paolo Grassi, ma con il vestito da gesuita. Io entrai e subito caddi. Un buon inizio. Attaccai con “Contro la seduzione” di Brecht: “Non vi fate sedurre/ non esiste ritorno./ Il giorno sta alle porte/ già è qui vento di notte, altro mattino non verrà./ Non vi lasciate illudere/ che è poco, la vita./ Bevetela a gran sorsi,/ non vi sarà bastata/ quando dovrete perderla”.

Piodi, che insegnava dizione, trovò la mia voce calda, mi spiegò che alcune voci servono e altre no. Poi chiesero perché volessi intraprendere la strada del teatro, quando mi fosse venuto in mente di farlo e così via. Loro erano tutti seduti di fronte a me, sembravano i dodici apostoli. Io volevo sapere subito se fossi passata o no. Alla fine mi presero, anche se temevano che avrei creato problemi. In effetti avevano ragione. Feci un gruppo autogestito, perché volevo recitare Pinter, cosa che non era prevista lì. Scrissi anche a Pinter e fu contento di sapere che desideravamo mettere in scena “Un leggero malessere”. La scuola era a corso Magenta, dove c’erano le Stelline, le orfanelle. Chiesi a Luigi, il roscio, il bidello della scuola, le chiavi per fare le prove tutta la notte, anche se era vietato ovviamente e noi tra l’altro dipingendo i cubi di polistirolo della scena macchiammo tutto il cortile con la vernice arancione. La mattina dopo, Luigi Ferrante, il direttore della scuola, ci sospese per un mese, minacciando di espellerci.

Nella scuola stavamo tutto il giorno, facevamo danza, mimo, scherma e molte altre materie. Avevamo grandi insegnanti, ad esempio Iva Formigoni, che veniva dal Berliner, era la nostra maestra di voce, Arturo Lazzari, un grande critico come non ce ne sono più, ci portava ad Avignone, e ancora c’erano Ottavio Fanfani, Checco Rissone e altri grandi.

Certamente poi era bellissimo poter assistere alle prove di Strehler. Ricordo che una volta Tino Carraro pronunciò la parola «perché» in una maniera che toccò al punto Strehler da fargli fermare tutto e dire: «Un minuto di raccoglimento per questo grande attore». Oggi forse Strehler lo troverebbero antico, io invece vedevo in lui una magia, ci diceva: “Ricordatevi che chi fa teatro scrive sulla sabbia. La memoria a teatro ha una tradizione orale”. Non va dimenticato però che accanto a Strehler c’era Paolo Grassi, il più grande operatore culturale europeo, che gli ha permesso di fare tutto quello che voleva: per dirne una, è lui che lo ha messo nella condizione di allestire gli spettacoli Brecht, pur con la Helene Weigel sempre lì presente.

La scuola del Piccolo ti dava subito sbocchi professionali, ma per regolamento non potevi recitare all’esterno mentre la frequentavi. C’era molto rigore, io ad esempio feci un’estiva, e così mi mandarono via. Mi presero subito al Pier Lombardo, oggi Franco Parenti, era nata da poco questa realtà importante a Milano e aveva avuto un grande successo il debutto dell’ “Ambleto” di Testori. Lì Franco Parenti e Andrée R. Shammah mi proposero, dopo un regolare provino, di entrare nella loro squadra, dandomi subito la possibilità di affrontare da protagonista grandi testi quali “Macbetto” di Testori, “La Betìa” di Ruzante, “Misantropo” di Molière… come facevo a dire di no…, in quegli anni anche Strehler mi voleva per “Il campiello”, solo che l’etica teatrale era diversa, più rigida e i direttori artistici si parlavano tra loro, e così mi impedirono di andare via dal Pier Lombardo.

Tornando agli anni della scuola, per dirti del rigore che c’era in quel periodo, ricordo che una mattina mi chiamò la Bisbini, la storica segretaria di Paolo Grassi, allora impegnato alla Scala, ma tuttavia sempre informato su noi allievi. La Bisbini mi disse: «Il dottor Grassi la aspetta alla Scala». Arrivo lì e lui: «Signovina…», e io «Mi dica, Presidente», «Mi hanno detto che lei ievi seva è andata alle Mascheve a vedeve uno spettacolo di spogliavello, esibendo il tessevino della scuola». Era vero, perché con quello non pagavo, allora dissi: «Sì, certo», e lui, «Come “Sì certo”?», e io, «Ma sì, per vedere un’altra forma di spettacolo». Lui mi guardò duramente: «Signovina Azim, fovse lei vuole esagevave, le fovme di spettacolo non solo altve, sono quella che lei sta facendo e se lei continua così lei vevvà espulsa»”. Noi “del teatro impegnato”, come si diceva una volta, andavamo lo stesso a vedere questi spettacoli, spogliarelli ma anche sketch, e gli attori ne erano contentissimi, ovviamente non mostravamo più il tesserino del Piccolo, ma non ci facevano pagare lo stesso.

Paolo Grassi ha amato il Piccolo e i suoi allievi nel profondo, li ha seguiti anche dopo. Roberto De Monticelli, il grande critico del Corriere della Sera che mi apprezzò molto, parlava di Paolo Grassi in termini entusiastici. Oggi non c’è nessuno come lui, un uomo capace di trovare in qualsiasi situazione i soldi per mettere in scena spettacoli impegnativi come quelli di Strehler”.

 Continua…

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