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Cinespresso | September 25, 2018

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James Nachtwey Memoria in mostra a Palazzo Reale

James Nachtwey Memoria in mostra a Palazzo Reale
Caterina Garbaccio

A Palazzo Reale fino al 4 marzo è aperta la mostra Memoria, con il repertorio del fotografo e fotoreporter statunitense James Nachtwey, il cui sguardo è pressoché rivolto al tema della guerra, dagli anni ’80 ad oggi.

Considerato come il successore di Robert Capa, Nachtwey lavora per mostrare «la parte primordiale che prevale negli uomini quando le regole della civiltà e della socializzazione vengono infrante». Ed è qui che prevale la guerra, l’istinto di sopravvivenza, il tutti contro tutti. Come si intuisce già dal titolo, Nachtwey si basa sulla compassione, cioè sul cum-patior, il patire insieme.

Le fotografie rivelano tutto l’orrore di cui l’uomo è capace e l’unica cosa che noi possiamo fare è guardarle; per ricordare ed avere memoria di ciò che noi stessi abbiamo fatto all’umanità e alla Terra. Per essere, al suo stesso livello, testimoni di crudeltà, sofferenza, terrore. Il percorso espositivo offre uno spaccato del mondo intero, un susseguirsi di conflitti ed ostilità in ogni parte dei continenti. Si parte dai Balcani, con i conflitti a seguito della disgregazione della Iugoslavia, alla Cecenia, la cui capitale è rasa al suolo dall’esercito russo tra il 1995 e il 1996. Si passa poi alla fame nel Darfur, resa vivida e reale dall’occhio della fotocamera, agli orfanotrofi in Romania, al genocidio in Ruanda, ai cambiamenti in Sudafrica. Le conseguenze dei conflitti colpiscono centinaia di migliaia di persone in modi talmente profondi e tragici da influenzare lo sviluppo degli eventi successivi per generazioni. È il caso dell’Agente Arancio, il composto chimico utilizzato dagli Stati Uniti in Vietnam e che ancora oggi ha un impatto devastante in termini di malformazioni genetiche.

Ma non solo conflitti bellici, il fotografo infatti immortala anche le popolazioni colpite da disastri naturali, tsunami, inquinamento. Nachtwey si spinge fino ai giorni nostri, avvicinandosi al fenomeno delle migrazioni internazionali che vede un numero sempre crescente di rifugiati spostarti verso l’Unione Europea per richiedere asilo. Lo sguardo del fotografo è puro, limpido, potente, senza censure. Scatti a colori si alternano a fotografie in bianco e nero, fotografie così significative che pare addirittura comprendano il suono, il rumore della guerra, i pianti e le grida delle persone.

«Mentre questi eventi si allontanano nel tempo, spero che le mie fotografie rimangano a perpetua memoria delle persone che vi sono ritratte, delle circostanze che hanno dovuto sopportare e di come tali circostanze siano venute a crearsi. Condividere questi ricordi ci rende tutti testimoni. Non dimentichiamo».

Poco sappiamo dei conflitti che sconvolgono tutti i giorni le terre e i mari, spesso molto vicino a noi. Il catalogo disponibile alla conclusione della mostra approfondisce i reportage del fotografo: da El Salvador a Gaza, dall’Indonesia al Giappone, passando per la Romania, la Somalia, il Sudan, l’Iraq, il Nepal, gli Stati uniti, il volume si conclude con un reportage del tutto attuale sull’immigrazione in Europa.

Una mostra non solo suggerita, ma necessaria per tutti noi, che consente di guardare con altri occhi ciò che nemmeno riusciamo ad immaginare. Perché per scoprire (perché comprendere è quasi impossibile) le sofferenze di popolazioni intere è sufficiente voltarsi indietro di 15, 20 anni, non di più.

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