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Cinespresso | March 25, 2019

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Intervista con Alessandro Gigli, direttore artistico dei Fasti

Intervista con Alessandro Gigli, direttore artistico dei Fasti
Ireneo Alessi

Figura chiave del Mercantia, il Festival Internazionale di Teatro di Strada che si svolge ogni anno nel mese di luglio a Certaldo, patria di Giovanni Boccaccio, Alessandro Gigli si è concesso per una breve intervista durante la sua visita al Media Village

Fondatore di Terzostudio insieme ad Alberto Masoni, nonché direttore artistico della XV edizione dei Fasti Verolani, Alessandro Gigli si occupa di teatro e animazione da oltre venti anni. A loro si deve la creazione dei festival “La luna è azzurra” (1984) e “Mercantia” (1988) oltre alla realizzazione di una rete d’iniziative, appuntamenti e pubblicazioni quali gli Annuari italiani delle arti di strada e il periodico Teatro da Quattro Soldi.

Quali sono i criteri per la scelta degli spettacoli e dei loro generi, gusto, regole o mera casualità?

«Da alcuni anni la nostra associazione, il Terzostudio, è andata al di là del concetto stesso di ‘arte di strada’. Sono presenti, infatti, il balletto contemporaneo, il cabaret, teatro di ricerca, spettacolo circense, etnico e tanta sperimentazione: tutto ciò che stia bene in quel contesto e in armonia col territorio. Sicuramente uno dei criteri è che si tratti di spettacoli apprezzabili, non solo belli da vedere. Ogni anno cerchiamo qualcosa che vale un po’ di più per educare e affinare le aspettative oltre che i gusti degli spettatori. In questi giorni ad esempio, il gruppo degli Asante Kenya Acrobats ha fatto la parte del leone con uno spettacolo acrobatico in cui la componente teatrale è minore. Ma se andiamo all’Anfiteatro Galleria Catena lì entriamo nel teatro tout court con la performance del Trio Trioche. L’arte di strada per noi è un contenitore di ciò che ha un rapporto energetico col pubblico, volto quindi a creare delle relazioni ravvicinate».

A proposito di pubblici, come cambia l’approccio nella preparazione dei Fasti Verolani rispetto al Mercantia?

«Quando siamo arrivati qui si respirava un clima particolare… belli i Fasti Verolani, la gente li ama, però abbiamo capito subito dopo che non c’era una grande stima di questi artisti ovvero venivano considerati alla stregua dei nomadi. Il primo anno della nostra gestione ad esempio ci è stato proprio negato l’appartamento destinato al loro soggiorno. Quindi per alcuni anni il nostro lavoro è stato quello di cercare di trasmettere il valore in primis umano e non semplicemente legato al farsi un’abbuffata o al divertimento in sé, allontanando così il pregiudizio. Io credo che adesso non ci sia più questa immagine e mi ritengo personalmente soddisfatto, ma il primo anno si percepiva molto un’aria del tipo: “Gli artisti devono stare al loro posto”».

Invece rispetto al vostro pubblico di appartenenza ossia alla Toscana?

«Mercantia (alla sua 27ª edizione) è nato con un orientamento espressamente ‘teatrale’ anche se poi abbiamo fatto dei cambiamenti in corsa, all’incirca ogni dieci anni. Si è passati così da un movimento in cui gli artisti si riunivano in assemblea per decidere insieme le linee generali fino alla nascita di una federazione nazionale e molto altro. Quando il festival è stato in grado di camminare con le sue gambe ci siamo potuti ‘sganciare’ e ciò ci ha consentito di passare ai Fasti. Certaldo, ancor più di Veroli, in questo momento sta facendo sperimentazione ci sono i “giardini segreti”, luoghi particolari che si aprono solo per Mercantia, come cripte sotterranee, spazi adibiti a piccoli gruppi. Una dimensione particolare per il teatro sperimentale di ricerca, dove rapportarsi cuore a cuore, da vicino. E questi sono gli stessi valori del teatro di strada, per cui non mi interessa la definizione “arte di strada” come categoria ristretta, ma come visione energetica di rapportarsi col pubblico».

Abbiamo parlato di sperimentazione, ma con quali propositi vi rivolgete alla prossima edizione dei Fasti?

«Molto semplice, questo festival come minimo deve raddoppiare il biglietto se vuole realizzare ciò che abbiamo detto in precedenza, vale a dire un maggior lavoro sui media e la comunicazione, la cura del borgo, ecc. Soldi da spendere per valorizzare il festival non tanto di per sé, per pagare lo spettacolo. Ormai percepisci che c’è un passo che si può fare, uno scatto, ma non è automatico. La parte teatrale deve essere ancora più distinta dalla parte commerciale. A Certaldo abbiamo utilizzato il biglietto anche come calmiere per un pubblico troppo esuberante, ad esempio il sabato si arriva a pagare 20 euro per gli spettacoli, una cifra elevata, da un certo punto di vista. Qui invece in molti brontolano per 2,50 euro, anche se le piazze sono piene. Ma è grazie a quei biglietti maggiorati che il festival può andare oltre sia sul piano organizzativo che economico, per non gravare più sulle casse dell’amministrazione. Cosi si arriva a 70 mila euro di budget da spendere al posto di quei 45 mila. Ma è sempre un po’ difficile perché è una politica impopolare che non trova subito il consenso del pubblico. Il tutto sta nel capire se si vuole farlo diventare un punto di riferimento nel panorama nazionale o se ci si vuole accontentare. Due cose che non sono compatibili. Io mi auguro nell’ottica futura che si possa arrivare a un investimento chiaro perché altrimenti non ce la fai a decollare con le risorse che sembrano volte solo a recuperare parte dell’investimento».

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