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Cinespresso | December 12, 2019

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CineChat con Spike Jonze 1/2

CineChat con Spike Jonze 1/2
Francesco Di Brigida

Abbiamo partecipato all’incontro con il pubblico di Spike Jonze, regista di “Her”, per la serie di CineChat con gli autori del Festival Internazionale del Film di Roma

Da bravo appassionato di skatebord e regista cult di videoclip che hanno segnato gli anni novanta e non solo, Spike Jonze si è presentato alla CineChat in una tenuta molto comoda e casual. Il suo nuovo lavoro, Her, presentato all’Auditorium Parco della Musica di Roma per il Festival del Film, è stato accolto dall’entusiasmo di critica e pubblico, tanto da essere uno dei film più quotati per il trionfo della serata di chiusura. Sul palco della Sala Petrassi l’autore, accompagnato nella conversazione da Mario Sesti e Sandra Hebron, ha risposto a molte domande da parte del pubblico e dei giornalisti.

Vediamo che il film parla d’intimità ci sono molti primi piani del protagonista, Theodor. Ha dovuto lavorare in maniera diversa rispetto al solito, per ottenere questo risultato?

«Tutti i set dei nostri film sono piuttosto isolati. Quanti di voi sono studenti di cinema? Il 20%. E quanti di voi sono qui soltanto perché amano il cinema? Ecco, noi cerchiamo di creare un set dove ci sia intimità. Eravamo in sei o sette a girare. Io, il fonico, l’operatore e gli attori. C’è stato un bel coinvolgimento di tutti. Magari ridevano o piangevano. Abbiamo condiviso così l’intimità del lavoro. Hanno contribuito tutti».

Chiede ai suoi attori di lavorare senza vanità. Come li persuade?

«L’attore vuole creare un personaggio. Tutti gli attori vogliono scomparire nel loro personaggio. E le loro decisioni sono motivate dal personaggio nella storia. Gli attori accettano questa decisione».

Ha incontrato qualche resistenza nel chiedere agli attori quello che voleva da loro?

«Abbiamo parlato della sceneggiatura per circa un anno. Spiegando a Joaquin Phoenix era venuta fuori la necessità di una performance emotiva, fondata sull’esteriorizzazione dell’interiorità. Gli ho chiesto di farsi cresere i baffi, di indossare gli occhiali, pantaloni con vita alta. Infatti lui mi ha chiesto: “Hey, aspetta un momento. Il film sembrava diverso da come lo avevo letto”. Ma quello che volevo era proprio il senso di profonda intimità».

Lei viene dal mondo dei videoclip e dei commercial. Ma a differenza di quello che succedeva per i registri anni ottanta, con stili molto forti e definiti, lei è capace di portare un realismo quasi da documentario adottando linguaggi diversi. È da questo modo di farsi influenzare mettendo cinema e commercial l’uno nell’altro che si forma il suo modo di girare?

«Probabilmente faccio parte della prima generazione cresciuta con videocamere personali. Io e i miei amici siamo cresciuti girando scene uno dell’altro. Ho sempre avuto una telecamera. Magari andavamo a pattinare e facevamo un filmino di noi che pattinavamo. Ho cominciato facendo video sullo skateboard, con i miei amici. Erano soltanto immagini inizialmente. Poi sono diventate cinema, e altro».

Ha portato la tradizione dei videoclip nel cinema. Com’era visto agli inizi? Con diffidenza o come nuova linfa?

«Penso che come registi di video ci pensavano come gente che lavora con un montaggio rapidissimo. Ho riflettuto molto sul fatto che non avevo mai lavorato con attori. La mia concentrazione era su questo. Pensavo a sostenere i personaggi degli attori».

Nei suoi video ci sono mote figure di animali antropomorfi. E come se lei usasse quest’apparenza di animali per farci entrare in empatia con i personaggi.

«Non so. Non ho una risposta precisa, ma mi piacciono i burattini, le marionette e i pupazzi. E quel tipo che si vede nel video dei Daft Punk, è uno vero. Assomiglia davvero a un cane. È uno che ho conosciuto una volta a New York».

Ho l’impressione che la sua creatività sia come quella di un bambino. Usa gli oggetti in maniere originali e imprevedibili, come nessuno farebbe mai. Cosa fa, disegna? Scrive? Come arriva a realizzare le sue immagini?

«Tutti i grandi artisti hanno un senso di esplorazione e di gioco. Non credete? Guardo i bambini. Sono nuovi al mondo. Arrivano da un altro mondo che non sappiamo qual è. Noi abbiamo costruzioni mentali idee, che loro non hanno ancora. È interessante guardarli mentre cercano di capire. Non credono nelle nostre regole. Noi non sappiamo da dove viene Samantha, il personaggio di Scarlett Johansson nel film. Ma non sappiamo neanche da dove veniamo noi! È una delle cose di cui abbiamo parlato con Scarlett riguardo al suo personaggio. Lei è nuova in questo mondo. Ha una capacità di pensiero incredibile, velocissima, ma ancora non ha paure. Così nel corso del film impara proprio quelle. Ed è entusiasmante accompagnarla, e vederla crescere».

Continua con la seconda parte

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