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Cinespresso | December 12, 2019

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CineChat con Spike Jonze 2/2

CineChat con Spike Jonze 2/2
Francesco Di Brigida

La seconda parte dell’incontro di Spike Jonze con il suo pubblico romano, in occasione del Festival Internazionale del Film

Il regista di Her, in concorso per il Festival del Film di Roma, Spike Jonze ha parlato al pubblico dei suoi attori, degli suoi sceneggiatori, del doppiaggio dei suoi film e della nascita delle sue idee. Sempre con la conduzione di Mario Sesti e Sandra Hebron, ecco la seconda parte della conversazione con il pubblico dell’Auditorium.

L’idea di Being John Malkovich era che molte persone possono coesistere nello stesso corpo. C’è qualcosa di simile ritorna in Her? Come se il nostro io fosse formato da tante personalità diverse, e lei ci mostra come questo sia possibile.

«È possibile? Si, penso che probabilmente, la persona che sei con me sia diversa dalla persona che sei con i tuoi figli, o con la tua partner. O da come sei con i tuoi genitori. Tu come sei con i tuoi genitori? Una cosa bella del viaggio è che puoi essere un’altra persona. Sei fuori dalla tua esistenza insomma».

Credo che Spike Jonze e alcuni altri autori, come Michel Gondry, Mike Mills, Sofia Coppola, Wes Anderson, con stili differenti, hanno in comune una cosa: quella di aver cambiato il punto di vista sulla realtà e sul cinema. Volevo sapere dal regista se riconosce questo spirito comune, con il quale questi registi lavorano.

«Con alcuni di questi nomi veniamo dalla stessa epoca, abbiamo lavorato uno sul lavoro dell’altro, ci siamo parlati, scambiati i copioni, ispirati a vicenda. E sono felice di aver conosciuto questi cineasti e di avere imparato quello che ho imparato».

Non so se si rende conto che il suo film ha degli effetti collaterali sulle persone. Non so se è consapevole del fatto che dovrà pagare la psicanalisi a tutti i presenti che hanno visto Her.

«Non c’è problema. Sandra è terapeuta!»

Tra tutti i nomi con i quali ha lavorato mi ha colpito James Gandolfini.

«James era presente Nella terra delle creature selvagge. Abbiamo fatto un bel lavoro sulle voci. L’ho conosciuto bene. E mentre giravamo Her abbiamo perso alcuni amici. E James era uno di loro. Così volevo che ci fossero nel film. E volevamo ci fosse anche lui».

Ha mai avuto la sensazione di perdere il controllo nel processo creativo? E se è successo, come ha recuperato?

«Sono due facce della stessa medaglia. Per qualsiasi cosa si faccia, è per una parte qualcosa che si costruisce, e per l’altra qualcos’altro che ci sorprende. Una magia del momento. Non programmata. Ma se non è così, se uscire da qualcosa di programmato si rivela negativo e non positivo, è meglio uscire. Farsi una passeggiatina. Staccare cinque minuti dal caos fa sgonfiare il problema. È come con un amico. Se scoppia un litigio è meglio allontanarsi un po’».

Il film parla di un futuro molto prossimo. Come ha definito gli spazi e i luoghi? Mi riferisco anche alla città, che sembra un po’ orientale.

«Abbiamo girato a Los Angeles e a Shangai. Prima parlavo dei costumi di Joaquin Phoenix. Volevamo un futuro facile, comodo. Questa è la direzione in cui sta andando il mondo, no? Non so a Roma. Magari in Italia avete sempre avuto buon cibo e buon caffè, ma negli Stati Uniti è qualcosa di nuovo. Oggi tutto è piacevole, tutto è comodo. In particolare, la tecnologia ci consente di fare di tutto. Tutto è facile. Ho pensato che dovevamo fare un film ambientato in questa realtà utopica. Un mondo che assomiglia al nostro, ma anche lì c’è la solitudine. Ti puoi sentire disgregato, staccato, quindi ferito perché vivi in un mondo dove tutto dovrebbe essere facile».

Le performance sono state girate insieme? C’è potuta essere un’interazione degli attori sul set?

«Quando abbiamo girato il film, originariamente, c’era un’altra attrice, una delle mie preferite, poi ci siamo resi conti che non funzionava. Quando poi abbiamo preso Scarlett Johansson, in sala di registrazione c’era a volte Joaquin, altre volte c’ero io, cercando di creare lo stesso tipo d’intimità che avevamo creato precedentemente».

Se potesse dare un consiglio a chi volesse fare il suo mestiere?

«Non so. Non vorrei dare consigli, perché se poi do un consiglio sbagliato la responsabilità è la mia. Non c’è un unico modo di fare le cose. Io ho avuto una grande fortuna, per le persone che ho incontrato, con le quali ho lavorato. I miei amici e io abbiamo lavorato con molte persone diverse. Con loro ho fatto Jackass, Nella terra delle creature selvagge, abbiamo scambiato tantissimo su cose che ci toccavano direttamente, piuttosto che cercare di indovinare qualcosa che riguarda il mondo esterno. No. Era qualcosa che parla di noi. Quando avevo vent’anni ho incontrato persone che volevano fare le canzoni, o le cose che piacevano a loro stessi. Le canzoni che gli piacevano, i video che gli piacevano. È una cosa che ho sempre ammirato. Il mio primo impatto è stato con questo. Ed è un consiglio che non ho ricevuto a parole, ma nelle azioni».

Cosa pensi del fatto che in Italia i film vengano doppiati? Hai mai provato a guardare un film doppiato in italiano? Cosa ti è sembrato?

«Ho visto dei pezzi della Terra delle creature selvagge, e ho pensato che gli attori sono veramente bravi. Normalmente, sono doppiati bene questi film, per voi? A me non dispiace. Mette un po’ di paura perché è una cosa che io davvero non controllo. Ma mi sono fidato del direttore del doppiaggio, come in questo film, perché ha trovato dei grandi attori per doppiarlo. E dei doppiatori italiani posso dire che li ho trovati molto appassionati. Si vede che ci hanno messo qualcosa».

Hai lavorato con Charlie Kaufman, e nel Ladro di orchidee. Nelle vostre collaborazioni, da dove sono venute le idee originali? E quanto avete collaborato nella stesura del film?

«I primi due film sono stati Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee. Due sceneggiature di Charlie Kaufman. Lui è una persona che si coinvolge profondamente. In entrambi i casi aveva scritto una versione del copione, e poi lo abbiamo sviluppato insieme, cercando di vedere il punto di partenza e quello d’arrivo. È difficile dire da dove sono venute le idee. Se un’idea era sua, o era mia… questa è la magia di lavorare con qualcuno che ammiri. Ci si migliora reciprocamente. Probabilmente lui è lo sceneggiatore che preferisco. Tutto quello che scrive mi affascina sempre enormemente. È la prima persona da cui vado quando ho scritto una sceneggiatura. O lo chiamo, tante volte».

David Lynch ha detto che per avere una buona idea bisogna aspettare pazientemente, come quando si pesca. Lei  è paziente con le sue idee?

«Ci sono momenti in cui sono più paziente, e altri dove sono più maniacale. Quando mi arriva un’idea c’è sempre il momento dove sognare a occhi aperti. Sedersi e scrivere sono la cosa più difficile. E magari non mi viene niente! Sono altri momenti, non so, quando cammino, se parlo con un amico o mentre mi sto addormentando quelli creativi. Certo, dipende dall’ansia. Nessuno di voi soffre d’ansia? Pochi. La mia fantasia è che gli italiani sono meno nevrotici degli americani… Però lui non ha alzato la mano! In realtà, non lo sai quand’è che ti verrà un’idea. Cerco di essere paziente, sì. Ho smesso di mangiarmi le unghie. Questo è già un passo avanti, no?»

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