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Cinespresso | December 12, 2019

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Border, una storia sul confine dell’umanità

Border, una storia sul confine dell’umanità
Eugenio Murrali

Review Overview

Cast
7
Regia
6.5
Script
6

Rating

Una delle tante storie di un’umanità perduta. Convinta e non convenzionale quest'opera prima di Alessio Cremonini è già molto matura.

Anno: 2013 Durata: 95′ Distribuzione: Unknown Genere: Drammatico Nazionalità: Italia Produzione: MeMo Films Regia: Alessio Cremonini Uscita: Unknown

Border racconta una delle tante storie di un’umanità perduta, dimentica di ogni progresso civile, di quella follia che è la guerra, ancor più violenta quando mossa dall’ideologia, che mira alla distruzione del dissenso, al rifiuto della libertà

Una scia di sangue molto più rossa e molto più lunga del mondano carpet festivalesco ha segnato la storia siriana negli ultimi mesi e ha significati ulteriori l’applauso con cui sono stati accolti in sala (e poi salutati) il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini, la cosceneggiatrice Susan Dabbous, il produttore Francesco Melzi d’Eril e le due interpreti Sara El Debuch (Fatima) e Dana Keilani (Aya).

Con un film girato in arabo in Italia Cremonini ha avuto il coraggio di portare all’interno di una discussione artistica e culturale il dramma fratricida della Siria, così a lungo ignorato, poi improvvisamente cresciuto nella preoccupazione della comunità internazionale, e oggi nuovamente trascurato da un poco degno sopore mediatico.

Border racconta una delle tante storie di un’umanità perduta, dimentica di ogni progresso civile, di quella follia che è la guerra, ancor più violenta quando mossa dall’ideologia, che mira alla distruzione del dissenso, al rifiuto della libertà.

Due sorelle, Fatima e Aya, devono fuggire in Turchia, perché il marito di Fatima, un ufficiale, ha deciso per una nobile diserzione e così lui e la sua famiglia rischiano la vendetta del regime e degli Shabiha che lo appoggiano. Il loro viaggio è un percorso nel dolore più nero, un incontro con la morte, gli istinti minimi dell’essere, spesso rappresentati con la giusta complessità da Bilal (Wasim Abo Azan), un compagno di viaggio non certo auspicabile.

Convinta e non convenzionale è l’interpretazione offerta dai tre protagonisti, ovviamente ognuno forte di sue peculiarità, mentre appare troppo debole la sceneggiatura per sostenere con il giusto rigore narrativo e più convincente forza filmica una storia gravosa: le scelte compositive tendono alla dispersione e i dialoghi sono spesso poco credibili. Eppure risulta molto matura come opera prima questa prova di Alessio Cremonini e forse proprio in questo dissolversi confondente delle storie dei protagonisti, viene espressa al meglio, non so fino a che punto intenzionalmente, l’orrida regressione dell’essere umano che si confronta con la precarietà e torna a dialogare in maniera diretta con il suo istinto di sopravvivenza. Così la vera storia (di una storia vera) non è più da ricercare in un’operazione narrativamente zoppicante, ma nella caratterizzazione stessa dei personaggi, perché in un tempo in cui i morti non si seppelliscono più, l’uomo deve saper confermare il progresso della sua vicenda evolutiva: tutto viene messo in discussione, è necessario decidere da capo se l’altro abbia o meno il diritto di esistere, se la salvezza sia nella fiducia o nella solitudine, nella memoria, nella sopravvivenza individuale, in quella della specie, nella sua accezione animale, o in quella della civiltà. Difficile capire da che parte stare, difficile scegliere quale sia il giusto confine. Bravo Cremonini!

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