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Cinespresso | December 16, 2017

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All’ombra de “I racconti di Hoffmann”

All’ombra de “I racconti di Hoffmann”
Ireneo Alessi

Review Overview

Interpretazione
7.5
Regia
7
Drammaturgia
7.5

Una piccola scoperta

Una chiara opera di sintesi che non risente tuttavia dell'assenza degli elementi della materia cui attinge. Il ritratto spezzato di un'anima allo specchio combattuta fra il desiderio della perfezione e quello per l'amore vero. Un racconto oscuro e profondo come ogni personalità imbevuta d'arte, venato da una scarica elettrica in grado di illuminare le coscienze.

Nell’intimità dello Spazio Teatrale DiLà di Milano si consuma la triste storia d’amore del Poeta, un racconto nebuloso che sa gettare lampi di riflessioni nella mente di chi è disposto a mettersi in ascolto senza ritrosia o pregiudizio

Capita di prendere parte a spettacoli di teatro altisonanti la cui eco risuona per giorni e giorni rilanciata con enfasi da inserzioni e promo che si rincorrono per la città. Performance senza sbavature, penalizzate spesso da testi monocorde e lungaggini ingiustificabili che, in definitiva, rendono il tutto meno brillante. Con le dovute eccezioni, è facile ritrovarsi in quegli istanti sulla strada di casa, con gli occhi ancora affamati, i corpi infreddoliti da un nuovo dicembre e un’io svuotato da inappaganti visioni destinate a fare i conti con i cocci di ciò che rimane: la realtà.

Non è il caso di questi “Racconti di Hoffmann”, uno spettacolo ben riuscito che, nella sua essenzialità, appena 50 minuti, consegna allo spettatore il rovinoso ritratto del protagonista ‘diviso’, al bancone d’un bar, tra un racconto e un bicchiere (l’ennesimo), la memoria di un personaggio e quella di una donna… il vero amore.

Nelle profondità della taverna “Luther”, a Norimberga, prende piede, dapprima con passo sinuoso, via via più simile a una danza sincopata, l’intera narrazione. In avvio le note di “Paradise” di Phoebe Cates preludio di ciò che in vero non sarà, di certo non un viaggio luminoso verso un contesto paradisiaco, al contrario un vorticoso incedere nella mente di un artista oramai consumato dall’alcool e dall’amore delle sue ‘donne’.

Guidati da un barman si passa da un racconto all’altro, in un torbido susseguirsi di immagini a metà tra il narrato e la realtà, paturnie infondate e speranze, da sempre macchiate di fulminee tentazioni che cercano di confondere l’animo, andando alla ricerca di se stessi e della verità; sì perché “nessun personaggio conosce in fondo la propria storia” come pare suggerire il testo stesso di DonGiovanniana memoria.

Quanto può essere realmente ‘straordinario’ un artista? E cosa succede quando l’arte diventa una dannazione? Hoffmann è il pronipote del Faust, la sua anima l’ha sacrificata da un pezzo, e i suoi racconti sono oramai divenuti una follia, un’ossessione che passa attraverso le figure femminili di Olimpia, Antonia e Giulia, tre prodigi creati dalla sua fantasia che lo avvolgono e lo spingono sempre più verso il fondo… del bicchiere e non solo! In attesa di una buona ‘Stella’, sovrastato da questo universo immaginifico, il protagonista non può che aggrapparsi all’unica cosa che gli rimane: la poesia.

Tratto dalle opere di E. T. A. Hoffmann e da “Le Contes d’Hoffmann” di Offenbach/Barbier, l’adattamento di Delia Rimoldi, qui in veste anche di regista e interprete, risulta asciutto e diretto nonostante la tortuosità del blending. In suo aiuto troviamo una camaleontica Emanuela Caruso insieme a Claudio Gaj e Jacopo Veronese, tre significativi ingranaggi di questa ‘bambola’, pardon, opera quasi perfetta.

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