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Cinespresso | October 17, 2017

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La Compagnia Balletto Lucano in scena con “Esili”

La Compagnia Balletto Lucano in scena con “Esili”
Miriam Larocca

“Non si trovano sui giornali… sono notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere campi lontani, di lutti, di arresti, ma anche di filtri d’amore, di incantesimi, di spiriti notturni”. (I. Calvino)

Nel cuore della Marina di Pisticci, mentre i pochi ma buoni spettatori prendono posto fra le sedie e gli spalti, le note di “Chelsea Bridge” di Gerry Mulligan & Ben Webster irradiano nell’area del Teatro Agave, lo spazio aperto del Porto degli Argonauti che si appresta ad accogliere lo spettacolo “Esili” della Compagnia Balletto Lucano.

Sette danzatori, quattro donne e tre uomini, sbucano dal fondo delle quinte e, avanzando lentamente dal proscenio, arrivano a sfiorare il pubblico, mostrandosi con fiera dignità nei loro costumi modesti; abbandonano alcuni oggetti, fascine di legno, anfore e valigie lise, per iniziare una danza fatta di sguardi e lenti movimenti.
Occupano tutta la scena ma non c’è alcuna interazione tra loro, i loro occhi scrutano, indagano.
È una danza solitaria, un cammino individuale.  Almeno all’inizio.

All’improvviso, però, qualcosa muta, sono le parole di Carlo Levi a invadere lo spazio.
“Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli – Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. (…) in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso.
Cristo si è fermato a Eboli
.

21105694_1617702338264584_5502132714598505297_nPresto la voce fuori campo lascia il posto a una musica popolare, una nenia antica e lontana. Una danzatrice principia un assolo che sa di madre, di terra. Gli altri danzatori iniziano così a interagire: dispersi e persi, forse alla ricerca di un necessario contatto, come uomini giunti in esilio in un luogo sconosciuto, o fragili in uno familiare.
La vita percorre i suoi passi, la realtà dura e contadina si mescola alle arti magiche, personaggi inquietanti e affascinanti compiono le loro azioni: madri, figli, amanti, fattucchiere (masciare) intente a togliere il malocchio (l’affascino).
Assistiamo a una spiritosa vestizione degli sposi, le semplici relle di metallo, adagiate ai lati del palco, offrono ora il loro contributo fornendo i nuovi abiti di scena.
I due innamorati danzano allegri ma, dopo, accade qualcosa a incrinare il tutto.
Forse l’immediata e forzata lontananza; la distanza porterà la necessaria voglia di conoscere altri corpi.
Pensiamo così alla Giulia, la Santarcangiolesa che per Carlo Levi fu donna delle pulizie, con più figli da uomini diversi…!
«Il problema era più difficile di quanto non credessi: e non perché mancassero donne a Gagliano, che anzi, a decine si sarebbero contese quel lavoro e quel guadagno. Ma io vivevo solo… e nessuna donna poteva perciò entrare, da sola, in casa mia. Lo impediva il costume, antichissimo e assoluto, che è fondamento del rapporto fra i sessi. Giulia era alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un anfora, tra il petto e i fianchi robusti. E che doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza».

Si riparte, un nuovo e continuo sbarco sulla luna si ripete costantemente, le valigie tornano protagoniste, trascinate o sollevate con leggerezza. “Roadblock II” di Alberto Iglesias e “Amara terra mia” di Domenico Modugno si sostituiscono all’“Ave Maria” dei Radiodervish per accompagnare la corale danza finale.

Dalle note di regia leggiamo: “Esili nasce come progetto di residenza artistica che trae ispirazione dall‘esilio in Lucania di Carlo Levi, scrittore, pittore e antifascista torinese. Il duplice si20953261_1617700328264785_1512748250731404648_ngnificato della parola esili o esìli, vuole essere una celebrazione dell‘isolamento che trae forza dalla leggerezza mentale: tutto può diventare creativamente possibile, raggiungere forze e superare i limiti.
Un progetto che valorizza fortemente il territorio, ecco perché la direttrice artistica e coreografa lucana Loredana Calabrese, ha voluto che la residenza fosse itinerante nei luoghi più significativi e collaborativi della Lucania: Pisticci appunto, Senise, sede del Balletto Lucano, Colobraro, terra di mistero e magia, Aliano, terra del silenzio, Matera, la città dei Sassi e Capitale europea della cultura 2019”.

La Basilicata non ha ancora grandi e prestigiosi teatri ma, è dotata di scenari naturali da calcare con orgoglio e fierezza.

Va detto che una maggiore cura della musica, sia dal punto di vista tecnico che da quello stilistico, non l’avremmo affatto disdegnata, che la differenza qualitativa fra i danzatori era, a tratti, evidente e, soprattutto, che un finale più curato, ci avrebbe sicuramente congedato meglio. Nonostante tali imperfezioni, occorre sottolineare che  questo progetto in fieri, ha la capacità di “sfruttare” il territorio, immergendosi in esso e comunicandolo, malgrado e grazie ad esso.

Auguriamo a questa realtà di continuare a sperimentare, impegnandosi e crescendo quotidianamente tanto da far riecheggiare nel cuore del pubblico, le stesse parole che Carlo Levi dedica ai lucani:
M’avete fatto umano/ baci dolenti, terre nascoste / dove un dolore antico era prima del mio arrivo/ Sono stato in mezzo al grano/ povero e alle scomposte / colline del grigio ulivo/ secoli di pene imposte/ e di desiderio vano/ sul biondo tuo viso amico/ come in quei monti scoprivo/ che un egoismo lontano/ arse paterno e passivo/ spogliando d’erbe l’aprico/ terreno e le tenere coste. / Alle offerte senza risposte/ so solo rispondere, e dico/ parole che apron l’arcano/ grembo del fonte vivo”.

levi1Carlo Levi a Ferrandina (MT) – dall’archivio di Mario Carbone, fotografo al seguito di Levi in un suo viaggio in Lucania nel 1960.

Foto di scena di Roberto Tartaglione

 

 

 

 

 

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