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Cinespresso | October 17, 2017

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Al Festival di Spoleto Emma Dante con “La scortecata”

Al Festival di Spoleto Emma Dante con “La scortecata”
Miriam Larocca

Review Overview

Interpretazione
7.5
Regia
7
Drammaturgia
7

Rating

Liberamente tratto da: "Lo cunto de li cunti" di Giambattista Basile Testo e regia Emma Dante con Salvatore D’Onofrio Carmine Maringola Elementi scenici e costumi Emma Dante Luci Cristian Zucaro Assistente di produzione Daniela Gusmano Assistente alla regia Manuel Capraro Produzione Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo di Palermo in collaborazione con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma

L’invidia, figliuol mio, se stessa buca…

Il re di Roccaforte si innamora della voce di una vecchia e, gabbato da un dito succhiato, la fa dormire con sé. Ma accortosi del cappio la fa gettare da una finestra; quella, rimasta appesa a un albero, viene fatata da sette fate; e, diventata una bellissima giovane, il re se la piglia per mogliera. Ma l’altra sorella, invidiosa della sua fortuna, per farsi bella si fa scorticare e muore.

In occasione della sessantesima edizione del Festival di Spoletola regista palermitana Emma Dante, porta in scena, al Teatro Caio Melisso, “La scortecata”, una fiaba tratta da “Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille” di Giambattista Basile, editato tra 1634 e il 1636.

La-magia-di-Giambattista-Basile-Lo-cunto-de-li-cunti-analisi-riassuntivaL’opera, nota anche col titolo di Pentamerone (cinque giornate, 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici), è degna di attenzione per una serie di motivi.
Innanzitutto, è considerata capostipite del genere europeo del racconto fiabesco moderno, una novella medievale che subisce una trasformazione orientandosi verso toni fiabeschi e attingendo a motivi popolari.
Il testo, inoltre, ha il merito di aver promosso  l’uso letterario del napoletano e, infine,  l’opera “semplicemente” contiene in sé tra le più belle fiabe che la nostra letteratura ricordi: ricche di valore, simbolismi, ironia e crudeltà.
Da leggere e rileggere.
Basti pensare che la tra le fiabe più famose, ad esempio, vi è la sesta della prima giornata: “La gatta Cenerentola”, ovvero, la prima e la più antica versione di Cenerentola, racconto popolare tramandato sin dall’antichità in centinaia di versioni provenienti da diversi continenti, ripreso poi, da Charles Perrault e dai Fratelli Grimm.
Ecco perché,  de “Lo cunto de li cunti” se ne sono occupati in molti o ad esso si sono ispirati, con citazioni, trasposizioni letterarie, teatrali e cinematografiche, da Alexandre Dumas a Roberto De Simone, da Francesco Rosi a Matteo Garrone, oppure ancora Beppe Barra.
Di quest’ultimo, in particolare, l’interpretazione de “La vecchia scortecata” è una manifestazione tangibile del potere dei silenzi, delle pause, dei suoni gutturali, magistralmente posti al servizio della narrazione.

Anche Emma Dante, dunque, ha deciso di confrontarsi con quest’opera, in particolare, con la favola nera della vecchia scorticata.
La realtà che viene mostrata, appartiene a un Sud scomodo e familiare. Le novelle di Giambattista Basile sono ambientate in Basilicata e in Campania, luoghi dove l’autore trascorse buona parte della sua vita così come, la geografia delle opere della Dante, si distribuisce prevalentemente al Sud, croce e delizia della regista.

La-scortecata_Maringola_DOnofrio_2-1024x683Un baule sullo sfondo, all’occorrenza una porta, al centro un tavolino su cui poggia un colorato castello di plastica e ai lati due sedie.
Così la scena restituisce il “basso” napoletano, ai piedi di un castello, dove sono costrette a convivere, due sorelle  due vecchiarelle che erano il riassunto delle disgrazie, il protocollo degli sconci, il libro mastro della bruttezza”.

Pochi elementi lisi e sudici sono affiancati ad altri esteticamente più gradevoli, giocosi, fiabeschi. Così, un giocattolo come il castello di plastica è posto lì a rappresentare sì, il castello del principe ma, anche un mondo di sogni che forse non esiste o, se esiste, appartiene e apparterrà sempre a una realtà parallela (come la bicicletta su cui vorticosamente pedala Chiccho di “Vita mia”, spettacolo del 2004).

La Dante affida il ruolo delle sorelle a due uomini, Carmine Maringola (Carolina) e Salvatore D’Onofrio (Rusinella),  due attori storici della sua Compagnia Sud Costa Occidentale, entrambi napoletani.

“Avevano le ciocche scarmigliate e irsute, la fronte increspata e bitorzoluta, le sopracciglia arruffate e setolose, le palpebre spesse e ciondolanti, gli occhi vizzi e scalcagnati, la faccia gialliccia e grinzosa, la bocca slargata e stortignaccola, e, insomma, la barba di capra e il petto peloso”.

La scelta di affidare ruoli femminili a interpreti maschili è stata dettata da una certa aderenza alla tradizione del teatro settecentesco o, si è voluto essere più fedeli al testo, quantomeno nella descrizione delle due…?

Qualunque sia la risposta, i due interpreti si impossessano con precisione dei ruoli e fondono abilmente il teatro di parola e l’espressività corporea, portando in scena una durezza che piega i corpi e mostra gli acciacchi di una vecchiaia che è più fisica che psicologica.
Le due sorelle si scambiano continuamente i ruoli, e fanno, a turno, anche la parte del re.
Sono due figure luride, sporche, stanche, invidiose, rancorose l’una dell’altra eppure strettamente legate.
Osserviamo così, una donna anziana che non accetta il passare del tempo, al punto di farsi scorticare viva e, al contempo, una relazione fra due donne che si sopportano a fatica ma non possono vivere l’una senza l’altra, le quali, pur di far trascorrere il tempo della loro misera vita, inscenano la favola con umorismo e volgarità.

Una trasposizione che, per alcuni aspetti, rimanda ad altre note messe in scena: “Finale di partita” di Samuel Becket o “Le serve” di Jean Genet, sia per il rifiuto dell’inevitabile sconfitta e la difficile accettazione della fine, sia per il quotidiano e malato gioco delle parti in una relazione destinata a concludersi tragicamente.

La musica,  di impianto prevalentemente pop, come spesso accade negli spettacoli della Dante, accompagna costantemente la scena forse, a volte, anche troppo…
Da «Comme facette mammeta» cantata da Pietra Montecorvino nell’atto della difficile vestizione della vecchia, a «Mambo italiano» cantato da Carosone, come sottofondo del comico amplesso, sotto il grande lenzuolo, tra il re e la presunta fanciulla.

la-scortecata2-foto-MLaura-Antonelli-AGF-straordinariaDa «Reginella» cantata da Massimo Ranieri, quando Rusinella nelle vesti di un re settecentesco, diviene una fata che trasforma la vecchia in una reginella, appunto. O, infine, nell’ultima scena, quella dell’esecuzione, posta in risalto dal disegno luci di Cristian Zucaro, in sottofondo si sente Pino Daniele con il racconto di quel vecchio che «cammina, cammina / vicino ‘o puorto / e chiagnenno aspetta ‘a morte».

La morale della fiaba viene qui ben sintetizzata: “Il maledetto vizio delle femmine di apparire belle le riduce a tali eccessi che, per indorare la cornice della fronte, guastano il quadro della faccia; per sbiancare le pellecchie della carne rovinano le ossa dei denti e per dare luce alle membra coprono d’ombre la vista. Ma, se merita biasimo una fanciulla che troppo vana si da a queste civetterie, quanto è più degna di castigo una vecchia che, volendo competere con le figliole, si causa l’allucco della gente e la rovina di se stessa!”.

Lo spettacolo, ulteriore viaggio della regista nello scrutare i corpi, le famiglie “disastrate”, i desideri irrealizzati, sarà in scena il prossimo anno nella nuova stagione del Teatro Biondo di Palermo che lo produce e che quest’anno ha presenziato al Festival di Spoleto anche con il meno riuscito, “TROILOvsCRESSIDA” di ricci/forte, interpretato da una parte degli ex allievi della “Scuola dei mestieri dello spettacolo”, diretta dalla stessa Emma Dante.

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