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Cinespresso | December 11, 2019

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“Ghost in the Shell”, il guscio senza l’anima di Shirow

Ireneo Alessi

Review Overview

Cast
6
Regia
5.5
Script
5

Peccato!

Era difficile replicare il successo del celebre capolavoro di Shirow Masamune. Difficile ma non impossibile se affidato a un regista ispirato e visionario. L’odierno esperimento è, invece, piatto come l’elettroencefalogramma di un corpo esanime e mette in disaccordo tutti, cultori del manga e seguaci del genere fantascientifico. Asettico come la sala operatoria nella quale si consuma e fa letteralmente a pezzi la materia originale per ottenere un mischione di riferimenti decontestualizzati e contradditori, un moderno zapping insensato. Un guscio vuoto, senz’anima la cui unica speranza per contrasto è di attrarre gli spettatori alla ricerca dell’adattamento realizzato da Oshii.

Anno: 2017 Distribuzione: Universal Pictures Italia Durata: 106’ Genere: Azione, Fantascienza, Thriller Nazionalità: Usa Produzione: DreamWorks Pictures, Paramount Pictures Regia: Rupert Sanders Uscita: 30 Marzo 2017

Arriva in Italia il live action del celebre manga creato da Shirow Masamune. In un presente dominato dai Comics anche il Giappone rispolvera le sue eroine in ‘carne e titanio’

Il futuro era già lì fra gli inchiostri e le pagine di uno dei creatori di manga più celebri al mondo: Masanori Ota. Per l’autore nativo di Kōbe conosciuto con lo pseudonimo di Shirow Masamune tuttavia la consacrazione definitiva arriva nel ’95 con il pregevole adattamento di Mamoru Oshii ad opera dello Studio Shochiku: Ghost in the Shell.

Sulle orme del fumetto, Oshii realizza un’opera esplicita, seducente ma allo stesso tempo cruenta. Ci sono voluti quasi 22 anni per vedere incarnare il volto del Maggiore Kusanagi. La scelta ricade su Scarlett Johansson tra defezioni e polemiche, in primis quella di razzismo, attorno allo snaturamento dell’originale protagonista dagli occhi a mandorla. Certo, così facendo la pellicola ne mortifica inevitabilmente una parte sostanziale, ma la pratica è diventata una routine nell’industria cinematografica.

Ambientato in un mondo pan-asiatico internazionale e multietnico, fattore accentuato dal regista con un cast proveniente da tutto il mondo, uomini e cyborg convivono simbioticamente fra potenziamenti, o meglio upgrade, e connessioni sempre più immersive. Nell’anno 2029, infatti, la stragrande maggioranza della popolazione ha fatto impiantare la propria mente, ossia lo “spirito”, in corpi cibernetici che non invecchiano mai e sono in grado di connettersi in qualsiasi momento alla rete mondiale.

GitS segue naturalmente le vicende del Maggiore Mira Kusanagi, un cyborg ibrido di stanza nella Sezione 9, una task force d’elite che si occupa di operazioni speciali contro il terrorismo cibernetico. Una serie di circostanze sospette conducono la squadra sulle tracce di un individuo in grado di manipolare i cyborg e intenzionato a sabotare la Hanka Robotics, l’azienda leader nello sviluppo cibernetico. Sarà proprio l’agente speciale Kusanagi a doverlo fermare.

Chi è alla ricerca di un nuovo titolo da inserire nella personale lista dei cult movie rimarrà deluso. Ne è un chiaro esempio, l’incipit poco vigoroso di Sanders che non regge il confronto con la potenza e la suggestione delle immagini del film d’animazione, un film datato eppure attualissimo. Dov’è l’audacia di quegli anni? L’odierno adattamento è asettico come una sala operatoria.

Ciò che lascia perplessi è l’assenza di una profonda riflessione attorno alle AI e all’esistenza stessa. Oggi più di ieri, il tema delle intelligenze artificiali e dei confini epidermici dell’essere umano meritava, di certo, maggiore respiro. Il tutto si riduce a una piccola idea, un viaggio di esplorazione racchiuso in un giallo esistenziale. L’intento del regista era, infatti, di costruire un’opera trasversale attorno a tutto il materiale di partenza, una sorta di mix dei precedenti film d’animazione. Ironia della sorte, questa sua idea lo ha condotto alla cecità realizzando un prodotto mediocre costellato da figure vuote, senz’anima.

Ma non è il cast, il vero punto debole del film. Certo rimane impressa la scialba interpretazione della Binoche così come l’andatura scimmiesca dei vari membri che fanno parte della Sezione 9. Sono dettagli al cospetto di una sceneggiatura carente sotto diversi punti di vista. Il nemico principale di tutto il film, infatti, si chiama “noia”.

Un altro elemento è la musica. Laddove ricopriva un ruolo nevralgico, specie durante le scene madre, qui è annichilita, pressoché inesistente. Si sente la mancanza del tocco di Kenji Kawai e delle sue tracce ammalianti. Non far salire a bordo della produzione il prolifico compositore giapponese è stato un vero autogoal.

Forse il film sarà interessante per gli spettatori che incontrano questo mondo per la prima volta. Per tutti gli altri un titolo monocorde, consigliato solo ai presenzialisti delle sale. Bersaglio mancato.

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