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Cinespresso | May 30, 2020

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Addio a Trisha Brown: Signora della danza

Miriam Larocca

Il “ghiaccio bollente” si è spento…

In questi giorni, postando sulla sua bacheca un video dal titolo “Trisha Brown – Watermotor – by Babette Mongolte”, il raffinato storico della danza, Roberto Giambrone, ha scritto:

“I giovani (e forse anche meno giovani) danzatori non l’hanno mai vista dal vivo, molti forse non sanno neanche chi fosse, ma adesso che se n’è andata in punta di piedi, mi piacerebbe che proprio i più giovani guardassero questi pochi minuti in bianco e nero, per capire da dove veniamo e quanta strada dobbiamo fare per recuperare il tempo perduto”.

Da pochi giorni è scomparsa un’artista che, nel corso della sua esistenza, non ha semplicemente segnato lo sviluppo della danza contemporanea ma ne ha inventato e ridiscusso l’anima. Un’artista in grado di dominare lo spazio e il tempo.

Trisha Brown, all’età di 80 anni muore in Texas, lasciando alla compagnia che porta il suo nome, il compito di annunciarne la dipartita; un messaggio ufficiale apparso sui principali social network, solo due giorni dopo, recita:

“It is with great sorrow that we share the news that artist Trisha Brown died on March 18th in San Antonio, Texas, after a lengthy illness. One of the most acclaimed and influential choreographers and dancers of her time, Trisha’s groundbreaking work forever changed the landscape of art. She will be missed by all”.

La sua morte segue di soli quattro mesi quella del marito, il video artista Burt Barr. Amata da Mikhail Baryshnikov, studia con Merce Cunningham, incrocia Steve Paxton: da sempre circondata da nomi eccellenti, Trisha Brown influenzerà il lavoro di numerosi grandi coreografi. Artista multidisciplinare, non solo danzatrice e coreografa ma anche valida pittrice, si forma respirando l’aria della “creatività interdisciplinare” che caratterizzava la città di New York negli anni Sessanta.

Non appena si diploma in danza, ad Aberdeen nel 1958, capisce che la provincia le va stretta e si trasferisce nella Grande Mela dove l’attività di compositori, musicisti, artisti visivi, trabocca come non mai. Da qui la spinta a rompere con le regole tradizionali del ballo moderno, ritenuto eccessivamente “definito”. Le danze si spostano così dai palcoscenici dei teatri, alle gallerie, ai musei e, persino sui tetti: memorabile la Roof Piece sui cieli di SoHo.

Anni dopo fonda la Trisha Brown Dance Company (fino al 1979 formata da sole donne)  di cui sarà spesso sublime interprete, sottoponendo i suoi danzatori a forme di sperimentazione radicali, sfidando la forza di gravità, ad esempio, farà scalare pareti rocciose, testerà il movimento con i suoi “Equipement Pieces” o, per dieci anni, farà danzare senza musica. Quest’ultima, in realtà, elemento fondamentale per la Brown, che non si farà mancare approfondite incursioni nel mondo della musica lirica, classica (esordisce con l’Orfeo di Monteverdi nel 1998) e jazz.

Dell’83 il capolavoro Set e Reset considerato il manifesto della post modern dance. Una danza la sua, fatta di rapidi movimenti di braccia, di gambe ma anche di collo e di testa, spesso fondata sull’improvvisazione, i suoi gesti sono stati sovente paragonati al movimento dell’acqua e delle onde. trishaApparentemente mostrati con disinvoltura, frutto in realtà di calcoli scientifici.
“Maniaca dell’accumulazione”, refrattaria verso ogni forma di virtuosismo fine a se stesso, sostenitrice della potenza di un corpo danzante in costante tensione, nonostante l’apparente morbidezza del suo fluire nello spazio con la liberazione dal tono muscolare, il releaseCuriosa e innovativa, si lascia affascinare anche dalla computer motion capture, realizzando lavori dall’effetto a dir poco suggestivo.

Danza  fino al 2008, a 71 anni e, nonostante negli ultimi anni, l’Alzheimer le avesse cancellato la memoria, la Sua memoria,  di certo, non sarà cancellata per i prossimi secoli.

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