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Cinespresso | April 23, 2019

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Il duo artistico Frosini/Timpano in “Ritratto d’artista” al Teatro India

Il duo artistico Frosini/Timpano in “Ritratto d’artista” al Teatro India
Miriam Larocca

Review Overview

Interpretazione
7.5
Regia
7.5
Drammaturgia
7.5

Rating

Dopo il successo de "Alla città morta", episodio conclusivo di Ritratto di una Capitale al Teatro Argentina nel 2014 e nel 2015, il duo Frosini/Timpano approda al Teatro India portando in scena i loro corpi che disinnescano, decostruiscono e incarnano le narrazioni della Storia, le derive antropologiche della società e un vasto materiale che si attiva nella coscienza contemporanea. Un complesso dispositivo teatrale in cui gli attori-autori sono sempre in dialogo con il pubblico e in bilico tra l’incarnazione di personaggi, mitologie culturali e topoi, portando in campo il proprio perturbante rapporto con la Storia stessa e la cultura, in un gioco di scivolamenti spiazzanti e dissacranti in cui pongono questioni radicali.

Una personale tutta da guardare…

Nel panorama teatrale capitolino esiste una realtà che non si può trascurare, emersa già da tempo e con all’attivo diverse tournèe a livello nazionale e internazionale, il duo artistico Frosini/Timpano ha guadagnato un tributo da parte del Teatro di Roma potendosi esibire con una “personale” sulle assi del Teatro India, dal 28 febbraio al 5 marzo 2017. Con “Ritratto d’artista”, per sei giorni si sono condensati gli ultimi sei anni di lavoro della coppia, professionale e privata, che ha portato in scena quattro dei suoi lavori prodotti a partire dal 2012: “Acqua di colonia”, “Aldo morto”, “Digerseltz” e “Zombitudine”.

Per chi non li conoscesse ancora, è stato certamente un punto di osservazione privilegiato verso un tipo di teatro irregolare e pungente e, per chi li conoscesse già, un ulteriore momento di approfondimento. In entrambi i casi, emerge fortemente il rapporto fra gli artisti e il pubblico, quest’ultimo è ora interlocutore per eccellenza, chiamato in causa, interrogato; ora presenza speculare o sparring partner ideale per la costruzione drammaturgica della messa in scena.

Tralasciando “Acqua di colonia”, da noi visto in anteprima durante la XXXV edizione del Festival Orestiadi di Gibellina e presentato poi al Romaeuropa Festival nell’autunno 2016 – apprezzatissima analisi dissacrante sulle forme di razzismo presenti oggi e spesso malcelate in perbenismo – si passa ad “Aldo morto”, testo, regia e interpretazione di Daniele Timpano.

Qui, la curiosità aumenta di pari passo col diminuire delle poltrone disponibili in sala, oramai affollata da un pubblico che, non appena il nostro entra in scena, regala uno scrosciante applauso provocando in lui un certo stupore misto a imbarazzo. Per un’ora e trentacinque minuti Timpano ci espone i suoi pensieri che, pian piano, ci accorgiamo essere anche i nostri, esposti in senso circolare dall’interiore all’esteriore e viceversa, in un continuo rimando alla nostra memoria, alla nostra percezione e, forse, anche alla nostra coscienza.

Il 9 maggio 1978 Aldo Moro è stato ucciso dalle Brigate Rosse. Questo è il fatto. Ma di questo fatto cosa sappiamo veramente? Cosa ci è rimasto e, soprattutto, cosa possiamo “farcene”? Chi siamo noi e chi erano loro? Chi sono loro e chi eravamo noi? ALDO-MORTO-foto-di-Laila-Pozzo-2Daniele Timpano, per esempio, aveva appena quattro anni. Dal testo: «Desolato, io non c’ero quando è morto Moro. Aldo è morto senza il mio conforto. Era il 9 maggio 1978. Non avevo ancora quattro anni. Quando moro è morto, non me ne sono accorto. Ma dov’ero io quel 9 maggio? E cosa facevo? A che pensavo? E soprattutto a voi che ve ne importa?». E, come un bambino, Daniele gioca con la sua macchinuccia, una Renault 4 rossa, portandola sul palco come fosse la protagonista, il personaggio principale che si muove  nei ricordi vaghi anche della nostra memoria; una vaghezza che non ci siamo mai preoccupati di rendere più definita.

Questo esperimento teatrale ha così la forza di non concederci nessuna giustificazione, pur ammettendo che, il punto di vista è quello di un individuo che ha iniziato a conoscere l’uomo e la vicenda avvicinandosi all’età adulta. “Si fanno i conti con quell’ultimo guizzo di vitalità che ha attraversato la nostra vita civile e politica, e con la sua tragedia definitiva, finita nel vuoto e nell’inerzia”.

E, come si legge in “Senza corpo” a cura di Debora Pietrobono: “Timpano ha buon gioco nel costruire un monologo a metà tra l’autobiografico e il documentaristico (…)”.

Passando da Renato Curcio il carbonaro con la maschera di Goldrake, alle ali da farfalla di Adriana Faranda (la “postina” delle Br), Daniele Timpano mostra la sua bravura autoriale, pari alla sua bravura interpretativa: ha una voce e una presenza scenica talmente leggeri e sottili da diventare degli acuti sonori e visivi, penetranti e squassanti.

Timpano, marionetta postumana, riesce a mantenere costante un’ironia che è da pochi così, il suo stile, fa pensare alla celebre frase de regista Woody Allen che recita: “Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile”.

Per dovere di cronaca, occorre dire che la genesi di questo spettacolo fu accompagnata a Roma da un progetto speciale realizzato con il Teatro dell’Orologio, in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa, “Aldo morto 54″ che vide Daniele Timpano trascorrere, nel 2013, 54 giorni di reclusione (e non 55, eliminando il giorno della morte dunque nel calcolo) in live streaming in una cella 3×1 appositamente ricostruita in un teatro in coincidenza con i 54 giorni del Sequestro Moro.timpano

Il lavoro gli valse il Premio Nico Garrone 2013 con la seguente motivazione:

“Il Premio Nico Garrone va al progetto Aldo morto 54 di Daniele Timpano / Teatro dell’Orologio per la prepotente capacità di sapersi reinventare un’azione da teatro politico senza rinunciare a una sua verità profonda di teatro sperimentale e d’avanguardia. Confinandosi in uno spazio scenico grande quanto la cella di Aldo Moro, rapito all’alba del compromesso storico, e restandovi per 54 giorni – tanti quanto la prigionia dello statista democristiano nelle mani delle Brigate Rosse – Timpano rende addirittura fisica la sintonia con la tragica vicenda, punto senza ritorno di una deriva del nostro Paese. E da questa postazione claustrofobica, a metà tra monumento funebre e testamento, ricuce i sensi perduti della storia di ieri accogliendo le testimonianze di coloro che hanno vissuto quei giorni, da ospiti illustri a spettatori comuni. Memorie, a loro volta, consegnate alle generazioni come quella a cui appartiene lo stesso Timpano, per ritrovare un sentiero comune, un’appartenenza. Un teatro dell’essere, ai limiti del sacrificio grotowskiano, capace di suscitare risvegli.”

DIGERSELTZ-Elvira-Frosini-3-foto-Futura-Tittaferrante

Con meno spettatori in sala ma comunque assai calorosi, Elvira Frosini porta in scena il suo “Digerseltz” (suo il testo, sua la regia, sua anche l’interpretazione). Qui si indaga il tema del mangiare, il cibo come ossessione del nostro tempo, il cibo come tema politico, mangiare come insopprimibile azione di sostentamento, pratica culturale massificata, metafora ossessiva forse anche sull’attore: questa marginale, patetica e testarda vittima sacrificale che si ostina a mettere in scena l’eccedenza e lo spreco rituale. Vuoti da riempire e vuoti da cui diffidare, il disagio si percepisce misto anche a un leggero senso di colpa verso chi non partecipa alla grande abbuffata nelle nostre feste rock o nei nostri presepi moderni.

In una scrittura scenica e con una resa drammaturgica bulimica e abbondante, fatta di parole masticate da una bocca sempre in movimento, ci ritroviamo di fronte ancora il cannibalismo, la carne sopra ogni cosa, il pallone e le sue telecronache: simbolismi ormai visti troppo spesso e comunque qui, forse poco approfonditi.
Da digerire…

0957.ZOMBITUDINECon “Zombitudine”, il duo artistico calca di nuovo le scene insieme, ritroviamo lui a terra steso e lei di spalle con il viso nascosto tra le tende del sipario. Si sono nascosti in teatro, forse luogo della salvezza, la situazione fuori è “tragica, drammatica” e “noi siamo un bene comune”, sempre derelitti, depressi e disperati. Prendere una posizione anche qui è difficile, si sta scomodi su quella valigia; ora a destra ora a sinistra mentre ci si accorge che così non si è più vivi ma nemmeno morti. Ecco si è Zombi: la rappresentazione metonimica di un corpo che non c’è più. La zombitudine è la condizione odierna: siamo morti tra i morti, come lo Stato, le multinazionali, le banche che ci hanno distrutti e che sono distrutte. È facile comprendere come ci si possa spesso svegliare con “la voglia di sterminio”…

La fine dei tempi è vicina, in attesa ormai dell’apocatastasi, il ristabilimento di ogni cosa nell’ordine voluto da Dio, si rispetta una liturgia costruita sugli elenchi delle masse uguali (i froci, i nazisti, e i nani…?); si stilano le regole precise e dettagliate per aspettare che qualcosa accada o, finalmente, per combattere ed entrare in battaglia, promettendo di non condividere mai con nessuno la propria ortopanoramica…!

Tuttavia, l’apparizione, tra nebbia e vapori, dei veri zombi (sempre loro), nel finale, offre il retrogusto amaro di una condizione tragico-grottesca senza apparente salvezza. E, dopo la lunga full immersion, la curiosità di vedere altri lavori della coppia, resta.

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