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Cinespresso | August 21, 2019

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“La dodicesima notte” si avvita tra caroselli e carillon

“La dodicesima notte” si avvita tra caroselli e carillon
Miriam Larocca

Review Overview

Interpretazione
7.5
Regia
7
Drammaturgia
7

Rating

«L’ amore è il tema della commedia; la musica, che come dice il Duca nei primi versi è il cibo dell’amore ha una funzione determinante. Non come commento ma come azione. La scena reinventerà un espace de jeu che permetta, senza nessuna pretesa realistica o illustrativa, il susseguirsi rapido e leggero di questa strana malinconica commedia, perfetta fino al punto di permettersi a volte di rasentare la farsa». In questo modo Carlo Cecchi racconta il suo ritorno a Shakespeare attraverso una commedia corale, fondata sugli scambi di identità e di genere, di equivoci e di beffe, capaci di far esplodere tanto la trama quanto la sottotrama ambientata nella corte. Il testo shakespeariano permetterà ancora una volta a Carlo Cecchi, regista e anche interprete nelle vesti di Malvolio, di orchestrare un gioco attoriale straordinario, attraverso quella maestria che ha fatto di lui il più moderno tra i grandi interpreti e registi del teatro italiano.

La commedia degli equivoci vista da Carlo Cecchi al Teatro Eliseo: il pubblico, il teatro e l’equivoco

Carlo Cecchi durante un’intervista ha dichiarato: “Shakespeare è il Teatro assoluto. Un’attualità che va al di là dell’attualità. È talmente universale Shakespeare… che quasi miracolosamente, diventa sempre, immediatamente, Teatro”: un classico che parla di un classico, e tra le cose che resistono, bisogna purtroppo registrare anche la sciatteria di una parte del pubblico romano della domenica – proprio “della domenica” – che non riconosce l’inizio dello spettacolo finché non si spengono le luci, che discorre e dibatte a scena aperta delle prove d’attore e dei costumi, che continua a collezionare biglietti omaggio e che infine costringe Carlo Cecchi a entrare in scena accompagnato non dalle musiche composte da Nicola Piovani ed eseguite dal vivo, ma da un telefono che squilla ininterrottamente per due minuti.

Non è il caso di utilizzare la Dodicesima Notte vista al Teatro Eliseo di Roma per riaprire la questione sul rito sociale del teatro e sulla differenza tra un assembramento umano e una comunità, soprattutto perché l’operazione di Carlo Cecchi ha diversi meriti, a partire dalle prove d’attore che, Cecchi/Malvolio a parte, vedono emergere il Sir Andrews di Loris Fabiani perfetto inetto idiota, la Olivia di Barbara Ronchi contessa dalle molteplici e spesso poco nobili sfumature, e il Feste di Dario Iubatti, poetico “fool”, musico e cantore.

La commedia degli equivoci si avvita tra caroselli e carillon su una pedana girevole, mezzo scenico e forse omaggio alla pianta del Globe Theatre, e utilizzata con equilibrio e precisione per gestire il tempo, lo spazio e i caratteri dei personaggi dalla regia dello stesso Cecchi – da amorevole maestro più impegnato a far funzionare la pièce che ad occuparla – che riesce a fermare i duetti dell’amore, prima nell’inganno e poi nella celebrazione, incastonandoli nelle note di una musica che è “cibo dell’amore” per il Duca e per tutti.

All’uscita, poi, la calca per i seflie di rito con il vip di turno…

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