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Cinespresso | July 20, 2019

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Lettere di uno sconosciuto: il “ritorno a casa” di Zhang Yimou

Marco Minniti

Review Overview

Cast
7.5
Regia
7
Script
7

Rating

Lettere di uno sconosciuto narra una vicenda dal taglio più piccolo rispetto ai più recenti film di Zhang; con gli eventi della Rivoluzione Culturale a fare da sfondo a un melodramma familiare dalla valenza intima e insieme universale. Il regista è sempre attento a non irritare la censura, ma il suo “ritorno a casa” coinvolge in modo diretto e genuino.

Anno: 2014 Distribuzione: Lucky Red Durata: 111’ Genere: Drammatico Nazionalità: Cina Produzione: Le Vision Pictures, Wanda Media Co. Regia: Zhang Yimou Uscita: 26 Marzo 2015

Distanziandosi dalla retorica e dalla magniloquenza delle sue opere più recenti, il regista di Lanterne Rosse dirige un ritratto più piccolo ed intimo, un melò con al centro i temi dell’amore e della memoria

Pechino, negli anni della Rivoluzione Culturale. Feng Wanyu, insegnante, vive con sua figlia Dan Dan, giovane ballerina dell’Opera di Pechino e fervente militante comunista. Mentre la ragazza spera di ottenere il ruolo principale nel balletto del Distaccamento Femminile Rosso, che sarà rappresentato nella capitale, sua madre cerca di tirare avanti come può, priva del sostegno economico del marito, da tempo in fuga. L’uomo, Lu Yanshi, è infatti un dissidente che ha abbandonato la famiglia poco dopo la nascita di Dan Dan, ed è tuttora ricercato dalle autorità; ripudiato da sua figlia, Lu viene infine catturato quando tenta un disperato riavvicinamento alle due donne, che gli costa l’internamento in un campo di rieducazione.

Anni dopo, la Rivoluzione Culturale è terminata, e Lu viene liberato: il suo ritorno a casa sarà tuttavia segnato da un’amara sorpresa, nella scoperta che sua moglie è stata colpita da amnesia parziale. La donna è incapace di riconoscere suo marito, non crede che l’uomo che ha di fronte sia davvero il suo Lu, e continua disperatamente ad attenderne il ritorno. Lu, col cuore in pezzi, decide infine di provare a comunicare a sua moglie tramite le tante lettere, mai arrivate, che le scrisse in carcere.

Dopo un passato recente diviso tra la magniloquenza dei suoi kolossal di cappa e spada (Hero, La foresta dei pugnali volanti), gli altrettanto roboanti excursus storici (I fiori della guerra) e qualche poco riuscito esperimento di genere (Sangue Facile, remake del Blood Simple dei fratelli Coen), Zhang Yimou torna con questo Lettere di uno sconosciuto a un cinema di stampo più intimista; in un’opera in cui la dimensione collettiva dei suoi film più recenti resta in secondo piano rispetto alla rappresentazione di un dramma umano incentrato sui temi dell’amore e della memoria. La tendenza autocelebrativa del recente cinema di Zhang, che lo ha fatto considerare (a ragione o torto) il cineasta-simbolo del regime, viene qui sfumata, posta sullo sfondo e messa al servizio di una vicenda intima e insieme universale, in cui il tema politico non è che uno degli elementi, e non quello centrale, della storia. I tempi di Ju Dou e Lanterne rosse sono lontani, e (a scanso di equivoci) non torneranno: il regista sembra sempre attento a non irritare le autorità, e anche qui non manca di far fare ammenda al suo protagonista, dissidente che dichiara alla figlia di essere stato, col suo comportamento, la causa principale delle sofferenze di lei e di sua madre.

Tuttavia, la particolare natura della vicenda raccontata (tratta da un romanzo dello scrittore cinese Yan Geling) mette al riparo da qualsiasi rischio retorica: al centro della storia c’è il (melo)dramma di un uomo piegato, che cerca di ricostruire, attraverso il tempo e la ri-narrazione del passato, un amore irrimediabilmente menomato, privato com’è della capacità di memoria. Un approccio quasi sussurrato, in punta di piedi, in cui molto è affidato alle prove attoriali di un’eccellente Gong Li e degli efficaci comprimari Chen Daoming e Zhang Huiwen; ma in cui comunque il regista, per tutta la prima parte, non manca di far sfoggio della sua perizia tecnica, nelle tese sequenze della fuga e della cattura di Lu, e nello sfarzo figurativo delle immagini del balletto. Poi, dopo il ritorno dell’uomo, il ritmo rallenta, Zhang si fa da parte e lascia parlare volti e corpi dei suoi tre protagonisti, l’obiettivo si restringe e il ritratto si fa piccolo, intimo. L’emozione per questo “ritorno a casa” (Coming Home è il titolo internazionale) c’è ed è genuina; e consente anche di perdonare al regista l’approccio, forzatamente accomodante, verso una delle pagine più drammatiche della recente storia cinese.

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