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Cinespresso | July 20, 2019

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Il Nome del Figlio, la recensione

Valentina Zaccagnini

Review Overview

Cast
8
Regia
7.5
Script
7.5

Rating

La Archibugi è considerata uno dei registi italiani che meglio hanno saputo raccontare l'Italia del nostro tempo. Questa è la sua undicesima opera e, attraverso una sapiente scrittura e una regia accurata, ci presenta questa collezione di ritratti impietosi e sinceri alle prese col tempo che passa.

Anno: 2015 Durata: 94′ Distribuzione: Lucky Red Genere: Commedia Nazionalità: Italia Produzione: Indiana Production, Lucky Red Regia: Francesca Archibugi Uscita: 22 Gennaio 2015

A 7 anni da “Questione di cuore”, un grande ritorno alla regia per Francesca Archibugi con “Il nome del figlio”, commedia tratta dalla pièce teatrale francese “Le prénom” di De la Atellière-Delaporte

Roma, Pigneto. Betta è un insegnante allegra e un’istancabile lavoratrice. Suo marito Sandro è un professore colto e raffinato che impiega tutto il suo tempo su Twitter a scambiare messaggi con sconosciuti. Per cena attendono Paolo, fratello di Betta e brillante agente immobiliare un po’ cialtrone, con sua moglie Simona, scrittrice borgatara di bestseller erotici e infine Claudio, musicista silenzioso che, da sempre, funge da “arbitro” del gruppo.

Il gruppo di amici si ritrova insieme, unito e goliardico come sempre, ma la situazione prende un piega strana che sfocia nell’assurdo quando Paolo rivela il nome del figlio che aspetta da Simona e che lascia tutti completamente basiti.

È un gradevolissimo ritorno, quello della Archibugi. Non tanto per la storia, che rimane una bella commedia italiana, quanto per i ritratti umani sfoggiati con estrema maestria al suo interno. Complice la macchina da presa che indugia sui primissimi piani mostrando l’espressività dei volti e la fotografia, nuda ed efficace, congeniata da Fabio Cianchetti, i personaggi si svelano poco a poco mentre si muovono all’interno della casa che, proprio come quella della loro infanzia, è testimone silenziosa delle loro vite e teatro di scontro per la resa dei conti col passato.

Il minimo comune denominatore delle 4 anime irrisolte è proprio la loro immobilità, il loro eterno rimando a quei giorni spensierati di vent’anni prima in cui cantavano e ballavano le canzoni di Dalla; mentre Simona è un angelo fuori contesto spettatore del loro infantile e continuo egocentrismo irrisolto. Il grande merito della regia è quello di aver saputo orchestrare saggiamente un gruppo di attori bravissimi ma dal background molto diverso, rendendo le loro cifre così omogenee da lasciarli poi anche liberi di improvvisare. Grazie anche alla sapiente scrittura del co-sceneggiatore Piccolo, viene fuori un film corale ma scandito da tanti assoli molto ben definiti e ben bilanciati in cui nessun personaggio prevale sull’altro e fra cui spicca quello di una Valeria Golino particolarmente intensa che è la prima ad accorgersi che: “Il passato è passato, non c’è più. Noi non ci siamo più”. È uno sguardo senza giudizio, quello della regista italiana, che vuole abbracciare tutta l’umanità.

Piccola chicca: le scene del finale, davvero toccanti (che risultano però un po’ appiccicate con la colla, rispetto a tutto il minuzioso lavoro di narrazione fatto prima) non sono state girate dal produttore Virzì, come potrebbe/dovrebbe sembrare, ma – incredibilmente – dalla Archibugi stessa.

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