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Cinespresso | August 9, 2020

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Natale in casa Latella all’Argentina

Natale in casa Latella all’Argentina
Miriam Larocca

Review Overview

Interpretazione
7.5
Regia
7.5
Drammaturgia
7.5

Rating

Chi si aspetta una riproposizione tradizionale della messa in scena eduardiana sarà certamente sorpreso tra canti lirici, omicidi e persino uno stupro ma, il lavoro del regista - dallo stile trasgressivo e rivoluzionario - forse solo in apparenza tradisce l'originale mostrando invece, una cura registica pertinente e severa.

Al Teatro Argentina di Roma, Antonio Latella rappresenta la sua personale visione di “Natale in Casa Cupiello”

Il sipario si apre, 12 attori in scena vestiti di nero con delle mascherine da notte sul volto iniziano in coro a recitare il testo del maestro Eduardo, persino le didascalie diventano materiale verbale.

Unico elemento scenografico un’enorme stella cometa che sovrasta tutti gli attori disposti uno accanto all’altro sul boccascena. Questa è l’immagine iniziale che il regista napoletano Antonio Latella presenta del suo “Natale in Casa Cupiello” in scena al Teatro Argentina fino al 1° gennaio, opera che si inerisce nel ciclo di attività e spettacoli per celebrare il trentennale dalla morte del drammaturgo-attore “Roma per Eduardo”.

La storia è la stessa: il napoletano Luca Cupiello, guardiano in una tipografia, trascorre le vacanze natalizie nella sua modesta casa insieme alla moglie Concetta, al fannullone figlio Tommasino, detto Nennillo, e al litigioso fratello Pasquale. Tra le lodi alla moglie per la sua squisita pasta e fagioli e le offese riguardo al pessimo caffè, gli alterchi con il figlio e i finti panegirici con il fratello, la sua vera preoccupazione è solo il presepe che, ogni anno ostinatamente, continua ad allestire contro il parere di tutta la famiglia. Mentre il nostro Lucariello progetta un sistema idraulico che permetta lo scorrere dell’acqua vera, scalda la colla e recupera chiodi, irrompe nella casa la figlia Ninuccia, agitata per l’ennesima lite col marito Nicola Percuoco e desiderosa di fuggire con l’amante Vittorio Elia innesca il meccanismo che porterà al crollo di un apparente equilibrio familiare.

Sappiamo che la scrittura di questa commedia, definita dallo stesso Eduardo “un parto trigemino, con una gravidanza di quattro anni”, non segue un percorso cronologico ordinario; inizialmente infatti Eduardo mette in scena come atto unico l’attuale secondo atto, a distanza di un anno aggiunge il primo atto e solo successivamente il terzo. Latella divide la sua opera in due parti, una prima di 120′ all’interno della quale si installano i primi due atti con un solo cambio scena e una seconda parte, l’atto conclusivo di 40′.

Come nell’originale la scena ha inizio quando ancora nella casa regna il sonno mattutino, poi piano piano ci si appresta a iniziare la giornata; ogni attore declama il testo del proprio personaggio e come a risvegliarsi, slaccia la maschera e l’abbandona sul palco continuando nella mai impersonale lettura mnemonica. Nel primo atto tutto è affidato alla parola, Lucariello (Francesco Manetti) con un bastone tiene il ritmo e scrive con una penna immaginaria nell’aria.

Forse se Latella avesse potuto riportare in scena anche le sgualciture dei fogli scritti da Eduardo lo avrebbe fatto; come in una preghiera si recita alla lettera ogni lemma contenuto nel testo sacro, prezioso e significativo in ogni punto, in ogni accento grave o acuto che sia; l’effetto è sorprendente, divertente. Ciò che potrebbe rivelarsi noioso ottiene, infatti, un effetto comico grazie anche alle eloquenti espressioni facciali di Concetta (Monica Piseddu) o alle ostinate risposte di Tommasino (Lino Musella) «e nun me piace».

Nel secondo atto entrano in scena gli oggetti, pupazzi raffiguranti animali che all’occorrenza diventano posate e un carro in grado di contenere e sopportare tutto il carico della famiglia e che sarà, non a caso, faticosamente trascinato da Concetta. Ora la parola è urlata in una danza psichedelica che mette in luce i segreti della famiglia fino a quel momento custoditi e che “piegheranno come un giunco il provato fisico dell’uomo che per anni aveva vissuto nell’ingenuo candore della sua ignoranza”.

Nel terzo atto Lucariello denudato delle sue convinzioni e verità è sdraiato in una culla/capezzale attorno alla quale sono riuniti parenti e vicini in abiti funebri mentre il canto de “La calunnia è un venticello”, intonata dal dottore (Maurizio Rippa), fa da sottofondo. Tommasino di fronte al padre sofferente finalmente risponde «Si, me piace o’ presebbio» raccogliendone l’eredità solo dopo averlo soffocato con un cuscino di fiori.

Assistiamo a ciò che forse idealmente è accaduto tra il regista e l’autore; il pensiero di un parmenicidio di Latella nei confronti di Eduardo è fortissimo, un allievo che interiorizza la lezione del maestro e che ha bisogno di fagocitarlo per esprimersi. Dalle note di regia “Quello che compie tutti gli anni a Natale Luca Cupiello è un gesto artistico che va perfezionandosi, introducendo ogni volta elementi che lo rendano contemporaneo (…) come l’acqua unico elemento vivo”.

Il regista partenopeo che notoriamente non ama il naturalismo nei suoi spettacoli, permette l’entrata in scena a un asinello e a una mucca reali, in modo da creare un vero e proprio presepe vivente; esattamente l’ultima immagine – secondo quanto scrive Eduardo – che si configura Lucariello dopo aver udito il sospirato monosillabo.

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