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Cinespresso | February 21, 2019

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“Magic in the Moonlight”, Woody Allen e il potere dell’illusione

Annalisa Masi

Review Overview

Cast
8
Regia
8
Script
7

Rating

Un inedito Woody Allen. La nuova opera dell’autore e regista americano riprende alcuni temi a lui cari, ponendoli sotto una nuova luce ottimistica. L’attrazione per ciò che la ragione non può spiegare, e il bisogno di crederci nonostante tutto. Efficace interpretazione di Colin Firth, nei panni di un uomo indurito dalla vita, ma pronto a rimettersi in discussione.

Anno: 2014 Durata: 98′ Distribuzione: Warner Bros. Italia Genere: Commedia Nazionalità: Francia, Usa Produzione: Perdido Productions Regia: Woody Allen Uscita: 04 Dicembre 2014

Il confine sottile tra ragione e occulto, raccontato da uno degli spiriti più acuti di Hollywood. Woody Allen si trasferisce ancora in Europa per raccontare la storia di un’affascinante medium e del suo incerto oppositore

L’attesa è finita. Si sa, Woody Allen gode di grande popolarità, soprattutto in Europa, e l’uscita di un suo nuovo film si trasforma sempre in un vero e proprio evento. Ecco che le sale si gremiscono di una folla di ammiratori, ansiosi di ritrovare lo spirito sarcastico e pungente del loro autore preferito. Quest’anno, l’appuntamento si rinnova con “Magic in the Moonlight” e, come sempre, le aspettative sono alte, e il rischio è che non vengano mantenute.

La critica si divide, e invoca il vecchio Woody, quello del malinconico Io e Annie” (1977), o la vetta più recente della sua produzione, raggiunta con l’enigmatico “Blue Jasmine” (2013). Al momento dell’uscita, le proiezioni scindono il pubblico, che si schiera inevitabilmente a favore o contro, senza mezze misure. Ma la capacità di creare una frattura netta tra ammiratori e detrattori è propria di ogni grande artista, e scommettiamo che anche in questo caso l’effetto non tarderà a farsi sentire.

Come in altre pellicole precedenti, una donna è il deus ex machina della storia. Lei è Sophie Baker, una giovane americana che professa speciali poteri medianici. Tra le sue specialità, quella di invocare e comunicare con gli spiriti dei defunti. Con questo pretesto, la ragazza viene accolta nella residenza della facoltosa famiglia dei Catledge, catturando l’attenzione dell’anziana Grace, sofferente per la recente perdita del marito, e del rampollo Brice, affascinato dalla sua bellezza. Per Sophie, tuttavia, si prospettano tempi duri. Stanley Crawford, illusionista di fama, raggiunge la dimora con l’obiettivo di smascherarla. Ma la sua estrema razionalità rischierà di vacillare dinanzi al mistero più grande.

Siamo negli Anni ’20 e il racconto è ambientato in Francia, tra le pittoresche pendici della Costa Azzurra. Ecco che il vecchio continente accoglie ancora il genio del maestro, risvegliando il suo profondo senso estetico. E non ci sono solo i magnifici scenari a dar valore a questa divertente commedia, ma anche il consueto spirito analitico dell’autore, in bilico tra logica e istinto. Lo stesso che, in alcuni casi, prevale rivelando il lato più piacevole dell’esistenza e scatenando un incontrollabile ottimismo.

A dar man forte alla riuscita della pellicola, i protagonisti, primo tra tutti Colin Firth, elegante come sempre ma qui in un’inusuale veste caustica. Al suo fianco la giovane Emma Stone, valorizzata nei tratti da un sapiente uso della fotografia, affidata a Darius Khondji, già ingaggiato da Woody Allen per “Midnight in Paris” (2011) e “To Rome with love” (2012). Obiettivo dichiarato, trasmettere luminosità e giocare con i colori per dare all’opera una forte identità visiva.

Un film poetico e leggero, che fluisce senza particolari ostacoli. Un invito a nozze per i nostalgici, che certamente avranno qualcosa da ridire, ma soprattutto uno spettacolo per chi, semplicemente, sceglie di lasciarsi trasportare in quello che può essere definito un piccolo sogno.

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