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Cinespresso | December 11, 2019

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L’Orchestra di Piazza Vittorio con la Carmen tra le “stelle” di Caracalla

L’Orchestra di Piazza Vittorio con la Carmen tra le “stelle” di Caracalla
Antonella Palladino

Review Overview

Interpretazione
8
Regia
8
Drammaturgia
7.5

Rating

La Carmen secondo l'Orchestra di Piazza Vittorio, il primo suggestivo spettacolo tra le stelle dell'Opera e quelle del cielo dell'estate romana a Caracalla.

Dopo il Flauto magico nel 2009, l’Orchestra di Mario Tronco si cimenta nell’opéra-comique più amata di sempre: l’inaugurazione migliore per un programma che valorizzi la modernità del teatro lirico

Musica e poesia. Si prenda una delle liriche più famose, un cielo romano al tramonto e i ruderi di Caracalla, si aggiunga poi l’Orchestra di Piazza Vittorio: il risultato è un’ “opera unica”, la Carmen. E non solo nel senso letterale di serata-evento che, il 24 giugno, ha inaugurato la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma, ma soprattutto per bellezza e originalità. Le prime star che si affacciano sul palco sotto le stelle, sono i diciotto componenti dell’ apprezzata orchestra capitolina, che in sé racchiude il mondo (provenendo da dieci paesi e parlando nove lingue diverse). Sono stelle nascenti e pertanto umili, ma che da dodici anni ormai, brillano di luce propria. Da un garage dell’Esquilino, in seno all’associazione Apollo Undici, l’Orchestra di Piazza Vittorio ora in collaborazione con il Coro lirico di Saint Étienne Loire e l’Orchestra giovanile del Teatro dell’Opera, porta in scena in Italia Bizet, dopo la prima mondiale a Lione.

Il capolavoro di Georges Bizet del 1875, sotto la direzione di Mario Tronco e Leandro Piccioni, viene rivisitato in una dimensione marcatamente gitana, ove la scenografia è un’impalcatura scarna con in cima il coro, qualche ombrellone e pochi stracci stesi, che ne sottolinea l’approccio modesto, colorato, e nulla esclude allo sguardo, alla cornice naturale delle Terme anche dette Antoniniane. Se dell’opera, in generale protagonista è la voce, in questa versione lo è l’elaborazione musicale, in vario modo sperimentale, che adatta parzialmente ma non stravolge arie popolarmente note. Dunque, accanto alla soprano Cristina Zavalloni, interprete della seducente Carmen, in 105 minuti si gode di un mosaico di suoni, di violini e tamburi, di vorticosi e precisissimi passi di flamenco. Identica allora è l’emozione, perché l’opera in sé, suscita un coinvolgimento tale da connettere direttamente mente e cuore all’azione, senza il necessario bisogno di intendere tutte le parole, perché la comprensione vola sulla musica. I due maxischermi laterali con la traduzione puntuale dal francese e dallo spagnolo talora facilitavano, talvolta distraevano dalla magia.

La sinopsi rimane immutata: una donna bellissima, due spasimanti. Una zingara sospettata di contrabbando, il caporale Don Josè (Sanjay Khan) e il torero Escamillo (Houcine Ataa). Un amore zingaro come la protagonista che lo prova, poiché che da uno si trasferisce all’altro, fino a concludersi tragicamente. Carmen è l’amore, e l’amore è musica e poesia. Non è forse quest’ultimo il significato che i latini davano alla parola “Carmen”?

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