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Cinespresso | December 16, 2017

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Ciak si gira: Passeggiate cinematografiche. La Roma papale

Ciak si gira: Passeggiate cinematografiche. La Roma papale
Angelina Di Fronzo

Nella Roma papalina ed ecclesiastica, tra luoghi mistici e palazzi del potere, in una coesistenza tra sacro e profano che solo sulle rive del Tevere si declina alla perfezione

Impossibile visitare Roma prescindendo dall’influenza che la Chiesa ha avuto sul suo sviluppo e sulla sua arte. Chiese, fortificazioni, castelli, palazzi, collezioni d’arte.

Partiamo da Piazza Navona e da “Ieri oggi e domani” (1963). Proprio tra i tetti dei palazzi tra Piazza Navona e piazza di Tor Sanguigna si incontrano, si spiano, alimentando la reciproca curiosità, il giovane seminarista nipote di Tina Pica e la bellissima Mara (Sophia Loren) che riceve nel suo appartamento clienti facoltosi, tra i quali l’indimenticabile Rusconi, alias Marcello Mastroianni al quale la Loren regalerà uno degli spogliarelli più famosi della storia del cinema.

La piazza, immortalata peraltro in tanti altri film (uno fra tutti “Il talento di Mr. Ripley” del 1996) è uno dei luoghi più famosi, “leggendari”  e ricchi d’arte della città.

Vanta origini antichissime, essendo ai tempi dell’antica Roma, lo Stadio di Domiziano dove si tenevano spettacoli di atletica (il nome originario della piazza era infatti “in Agone”). Il suo attuale aspetto si deve ai lavori commissionati da Papa Innocenzo X, il quale per celebrare i fasti della famiglia Pamphilj, a cui apparteneva, fece addirittura demolire alcuni isolati circostanti e ordinò la costruzione  del Palazzo Pamphilj, nonché della chiesa di Sant’Agnese in Agone e della Fontana dei Quattro Fiumi, autentici capolavori del barocco. Nella risistemazione della piazza si cimentarono gli artisti maggiori della Roma del Seicento:  Francesco Borromini e Girolamo Rainaldi (la chiesa di Sant’Agnese in Agone), Giacomo della Porta che scolpì la Fontana del Moro e Pietro da Cortona che affrescò la galleria di Palazzo Pamphilj. E soprattutto Gian Lorenzo Bernini, cui si deve la Fontana dei Quattro Fiumi: Danubio, Gange, Nilo e Rio della Plata, ovvero i quattro angoli della Terra. Leggenda metropolitana vorrebbe che, data la storica rivalità tra Bernini e Borromini, le statue della fontana dei Quattro Fiumi inorridiscano dinanzi alla chiesa di Sant’Agnese in Agone: storia priva di fondamento non foss’altro per il fatto che la fontana berniniana fu costruita prima della chiesa.

Cinematograficamente, la fontana costituisce un luogo decisivo dell’indagine di Langdon in “Angeli e Demoni” (2009). Proprio nella fontana, simbolo dell’Acqua, viene gettato il corpo del quarto cardinale rapito, che tuttavia si salva e suggerisce a Langdon dove deve recarsi nella successiva tappa sulla via dell’Illuminazione, ovvero Castel Sant’Angelo.

Al di là delle leggende, la piazza vanta altri palazzi di notevole pregio artistico ed è uno dei luoghi più vivaci del centro. Imperdibili, ai due lati opposti della piazza, la chiesa di San Luigi dei Francesi, che ospita nella Cappella Contarelli il ciclo caravaggesco sulla vita di San Matteo (“La Vocazione di San Matteo”,  “Il martirio di San Matteo” e “San Matteo e l’angelo”) e dall’altro, Santa Maria della Pace e il suo celebre Chiostro del Bramante.

Scendendo su via di Santa Maria dell’Anima e attraversando Corso Vittorio Emanuele in direzione Campo de’ Fiori (dove riconosciamo il Palazzo Braschi e il Palazzetto Le Roy, che compaiono in alcune scene de “Il marchese del Grillo”, 1981) arriviamo a Piazza Farnese. Consigliata, lungo il percorso, una sosta cineletteraria alla Libreria Altroquando (via del Governo Vecchio,80).

Palazzo Farnese, splendido esempio di architettura rinascimentale che ospita, dal 1936 l’Ambasciata di Francia, costituisce un’altra tappa cinematografica della nostra passeggiata.

È all’interno dei corridoi del  palazzo infatti che sono state girate alcune scene di “Habemus Papam” (2011) di Nanni Moretti, che ha utilizzato anche il cortile per il singolare campionato di pallavolo tra cardinali Il palazzo si può visitare con visita guidata . Altre scene sono state girate, nelle vicinanze, a Palazzo Muccioli e Palazzo Sacchetti su via Giulia (mentre la Cappella Sistina e la loggia della basilica di San Pietro sono state ricostruite a Cinecittà).

A due passi da piazza Farnese troviamo anche Palazzo Spada, con il capolavoro di trompe-l’oeil della falsa prospettiva creata da Borromini nell’androne dell’accesso al cortile, in cui la sequenza di colonne di altezza decrescente e il pavimento che si alza generano l’illusione ottica di una galleria lunga 37 metri (dove sono state girate scene de “La grande bellezza”, 2013). Percorrendo tutta via Giulia, senza dubbio una delle più belle di Roma, e attraversando via Paola sulla destra, arriviamo a Ponte Sant’Angelo.

Con una bellissima carrellata sugli angeli berniniani del ponte inizia “Nell’anno del Signore” film del 1969 di Luigi Magni con Alberto Sordi, Nino Manfredi e Claudia Cardinale, storia di carbonari ambientata durante il pontificato di Leone XII, le cui scene si svolgono in larga parte nelle segrete di Castel Sant’Angelo. Ma tanti sono i film con lo sfondo del Castello. Da “Lo sceicco bianco” di Fellini (1952) a “La dolce vita” (1960) e ancora “Angeli e Demoni” (2009)  per quel che interessa la nostra passeggiata odierna: tra queste mura il professor Langdon arriva a una svolta decisiva, perché in questo luogo si riunivano gli Illuminati, la setta a cui apparterrebbe il misterioso killer.

Nato come monumentale tomba dell’imperatore Adriano e per i suoi successori che fino a Caracalla furono sepolti qui, deve il suo nome a un episodio leggendario, secondo cui durante una processione guidata da Papa Gregorio Magno per scongiurare una terribile pestilenza nel 590, un angelo (l’arcangelo Michele) fu visto volare sopra il monumento, nell’atto di rinfoderare la spada: quella visione segnò la fine dell’epidemia di peste. Residenza papale e luogo di prigionia merita senz’altro una visita, così come il Passetto di Borgo, ovvero il camminamento che collega Castel Sant’Angelo al Vaticano fatto costruire nel XIV secolo per permettere ai pontefici di avere una via di fuga verso i palazzi vaticani, come è in effetti avvenuto durante il “Sacco di Roma”.

Tutta l’area tra Castel Sant’Angelo e San Pietro, ovvero il Rione Borgo, subì una trasformazione radicale negli anni Trenta del Novecento a seguito dei Patti Lateranensi e della riconciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano. Il rione, storica sede di comunità di stranieri, soprattutto sassoni (di qui il nome Burg) che costruirono chiese e ospizi, da cui nacquero ad esempio la Chiesa di Santo Spirito in Sassia e l’Ospedale Santo Spirito, si sviluppava in un fitto reticolato urbanistico denominato spina di Borgo. La costruzione dell’odierna via della Conciliazione (luogo della scena finale de “Lo Sceicco bianco”) per celebrare i Patti Lateranensi  distrusse purtroppo la “spina”, lasciando solo alcuni palazzi.

Attraverso via della Conciliazione arriviamo a Piazza San Pietro, cuore della cristianità e del Vaticano, nonché meta finale della nostra passeggiata.

Per arrivare alla basilica attraversiamo e ci lasciamo abbracciare dal colonnato di Bernini,  geniale soluzione architettonica per risistemare la piazza senza sovrapporsi agli edifici già esistenti, come la chiesa e i palazzi sul lato destro. Il risultato, i due emicicli con le 284 colonne è maestoso e produce inoltre l’effetto ottico di avvicinamento della facciata alla piazza, che è fu un’intuizione altissima.

Parlare della Basilica di San Pietro, con i suoi numeri da record (22 mila metri quadrati di area occupata,  45 altari, 11 cappelle, circa 10 mila metri quadri di mosaici) e la sterminata ricchezza di capolavori che contiene, richiederebbe un articolo, anzi una rubrica a parte. Ci limiteremo perciò ad alcuni cenni, per ricollegarci ai riferimenti cinematografici che ci interessano, dal momento che San Pietro compare in molti film (“L’avventura”, 1970, “Brutti sporchi e cattivi”, 1976, “Il Padrino parte III”, 1990, per citarne alcuni) anche se sempre ricostruita in altre location, da Cinecittà ai palazzi nobiliari sparsi per i Castelli, fino a Los Angeles.”.

La chiesa è il risultato di una stratificazione architettonica millenaria. In origine infatti il luogo ospitava una necropoli romana, dove fu sepolto l’apostolo Pietro, per divenire poi basilica sotto Costantino  nel 320, rimaneggiata nel Medioevo, ma totalmente ridefinita a partire dalla metà del 1400, con Papa Niccolò V e soprattutto Giulio II, che affidò il progetto del nuovo impianto della chiesa a Bramante. La storia dei progetti che si sovrapposero e con essi delle varie concezioni della basilica è essa stessa un film, con protagonisti d’eccezione, quali oltre allo stesso Bramante, Raffaello Sanzio, Antonio da Sangallo il Giovane e infine Michelangelo che recuperò il progetto originario e ideò la monumentale cupola.

Accedendo all’interno da uno dei cinque ingressi (o meglio dei quattro, aprendosi il quinto, ovvero la celebre Porta Santa, soltanto in occasione degli anni giubilari), arriviamo in un luogo probabilmente senza eguali, dalle dimensioni grandiose e da una concentrazione inverosimile di opere d’arte.

Nella prima cappella della navata destra si resta attoniti di fronte alla Pietà di Michelangelo, eseguita tra il 1498 e il 1499 dall’artista allora trentenne, che lasciò la sua forma sulla fascia posta sul petto della Madonna.

Troneggia, sotto la cupola e al di sopra della tomba di Pietro (dove in “Angeli e demoni” è posta la bomba che verrà fatta esplodere in cielo), il baldacchino in bronzo di Gian Lorenzo Bernini, alto quanto Palazzo Farnese e quintessenza dell’arte barocca.

E poi, la meraviglia dei mosaici: la Trasfigurazione di Raffaello, in copia, il magnifico mosaico della Navicella di Giotto. E poi statue, tombe e la stessa architettura, opera d’arte in sé: non si può non restare senza parole alzando gli occhi verso la cupola michelangiolesca, illuminata dai suoi sedici finestroni in uno straordinario gioco di luce.

Salendo i gradini del Cupolone, tra l’emozione e la vertigine che provoca il panorama su Roma, concludiamo questa passeggiata così come l’avevamo iniziata: insieme a Marcello Mastroianni, che ne “La dolce vita” (1960)  insegue Sylvia (Anita Ekberg) sulla salita alla cupola. Una volta in cima,  lui fa  per avvicinarsi alla donna, ma il vento gli ruba la scena facendo volare il cappello di Sylvia, che prorompe in una vitale e gioiosa risata, in una leggerezza che solo Fellini sapeva ricreare.

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