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Cinespresso | November 21, 2017

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Lovelace, l’altra faccia del cinema

Lovelace, l’altra faccia del cinema
Martina Calcabrini

Review Overview

Cast
7
Regia
6.5
Script
5.5

Rating

Un’impacciata e grossolana autobiografia che, soffermandosi a ritrarre il personaggio di Linda Lovelace, non riesce a mostrare la donna dietro il mito e a rivelarne la vera identità.

Anno: 2013 Durata: 93’ Distribuzione: Barter Multimedia Genere: Drammatico, Biografico Nazionalità: Usa Produzione: Animus Films, Eclectic Pictures, Millennium Films, Untitled Entertainment Regia: Rob Epstein, Jeffrey Friedman Uscita: 8 Maggio 2014

Arriva nelle sale la storia di Linda Lovelace, la celebre pornodiva del film cult “La vera gola profonda” del 1972

1970, Davie, Florida. La timida e insicura Linda si innamora di Chuck Traynor, affascinante possessore di un redditizio strip club locale. Per sfuggire alle restrizioni imposte dalla sua famiglia, Linda scappa di casa e si sposa, finendo presto coinvolta nei debiti contratti dal marito. Costretta ad entrare a far parte dell’industria pornografica hollywoodiana, Linda diviene la protagonista di Gola Profonda, primo film di genere che aggiunge humor e risvolti narrativi a contenuti puramente sessuali. Prendendo ben presto le distanze dall’ambiente, la donna si allontana dalle scene e si mischia nella folla. Dopo sei anni di silenzio, però, Linda torna sotto i riflettori per presentare Calvario, la sua controversa autobiografia in cui, raccontando la sua vera storia, denuncia gli abusi subiti negli anni di gloria.

Buio, silenzio, vuoto. Linda è una ragazza giovane, innocente, controversa. Innamoratosi perdutamente del carismatico Chuck Traynor, fugge di casa, lo sposa e inizia una vita lontana dal bigottismo accecante della sua famiglia. Succube di un uomo che, da elegante e gentile, si trasforma immediatamente in un lupo affamato e selvaggio, Linda intraprende una breve seppur fortunata carriera cinematografica nell’industria del porno durante la quale viene trattata come donna-oggetto e considerata un mero sfogo sessuale. Incapace di esprimere il proprio dolore in un mondo sordo e cieco davanti all’evidenza dei fatti, la donna ubbidisce agli ordini di suo marito, rinunciando, così, ai propri valori e alla propria dignità. Immergendosi completamente nel ruolo di un personaggio fittizio, contemporaneamente ingenuo e smaliziato, la donna raggiunge l’apice di un successo inimmaginabile che la ritrae come una donna forte ed estroversa che, incurante di qualsiasi barriera religiosa e sociale, diviene il simbolo della rivoluzione sessuale. Dietro la sua crisalide, però, si nasconde il bocciolo puro e candido di un’anima fragile che chiede costantemente aiuto ma non lo riceve. Connotata sin dalle prime inquadrature da un forte contrasto tra luci psichedeliche e buio pesto, e musica assordante e silenzio devastante, la protagonista rivela il suo doppio volto: quello di vittima, nelle mura domestiche e tra le braccia di suo marito, e quella di carnefice, sul palcoscenico e sotto i riflettori.

Pur ispirandosi a “La storia di Linda Marchiano”, la sceneggiatura della pellicola, scritta a quattro mani da Andy Bellin e Merritt Johnson, è piuttosto funambolica e  altalenante, biecamente moraleggiante e testardamente ottusa, incapace di mostrare ciò che si nasconde dietro l’apparente felicità di Linda Lovelace. Soltanto nelle scene finali, infatti, fuoriesce tutta la sua fragilità, rivelandola come una donna debole e  indifesa piuttosto che come una vorace e sfrontata pornodiva.

Seppur abituati a raccontare questioni di gender, i registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, dunque, si avvicinano alla protagonista, la assistono nel momento del bisogno, eppure, contemporaneamente, sembrano lavarsene le mani dopo averne sfruttato il talento. Nonostante le pregevoli performance di Amanda Seyfried e Peter Sarsgaard, dunque, Lovelace non riesce davvero ad emozionare e a rendere il giusto merito a una donna che, qualche anno più tardi, sarebbe diventata l’icona del femminismo americano.

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