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Cinespresso | December 16, 2017

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Ciak si gira: Passeggiate cinematografiche. A spasso per il ghetto

Ciak si gira: Passeggiate cinematografiche. A spasso per il ghetto
Angelina Di Fronzo

“La finestra di fronte”: a spasso per il ghetto

Che i luoghi parlino è cosa risaputa. A Roma, poi, le voci di strade e colonne e porticati, a volerle ascoltare tutte, sarebbero assordanti. Alcuni luoghi però parlano in una maniera più discreta di altri, non ti urlano in faccia tutta la storia che si portano addosso, ma te la raccontano sottovoce, anche perché spesso stride col calore che irradiano le facciate dei palazzi, col rumore antico che fanno i tacchi sul selciato, con l’edera che all’improvviso invade il campo visivo e fa del tempo un dettaglio irrilevante.

Prendi il ghetto di Roma. “Ghetto” certo evoca già una storia dolorosa, fatta di separazioni e pregiudizi, ma a guardare le strade che formano il grande quartiere ebraico della capitale, devi fare proprio uno sforzo per immaginare la pagina orrenda della storia di questa città, che fu la notte del 16 ottobre 1943.

Uno sforzo simile deve averlo fatto anche Giovanna, la protagonista de La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek, quando nella sua ordinaria routine irrompe la Storia, con la faccia di Davide Veroli (uno splendido Massimo Girotti alla sua ultima interpretazione) e con essa il momento di guardare alla propria vita e darle una direzione. Il film segna la maturità del regista turco ed è ambientato in due città: la Roma contemporanea, teatro dell’insoddisfazione di una coppia di trentenni, Giovanna e Filippo, e la Roma dell’occupazione nazista, da cui emerge l’anziano Davide che intreccerà la sua storia con la loro, dilatandola, condizionandola e alla fine arricchendola. Anche i luoghi di queste due città distinte (da una parte, Piazza dell’Emporio, il palazzo di Via Donna Olimpia, dall’altra Trastevere e il ghetto)  finiscono per incrociarsi e sovrapporsi ad un certo punto, così come si sovrappongono le storie d’amore, entrambe clandestine, di Davide e del suo compagno Simone e di Giovanna e Lorenzo, il dirimpettaio della finestra di fronte, appunto.

L’incontro tra Giovanna e Davide avviene sul Ponte Sisto (Davide abita in una casa in Piazza in Piscinula, a Trastevere, dall’altra parte del ponte) famoso anche perchè vi si affaccia la “casa sopra i portici”, ovvero il palazzo cosiddetto dei Cento Preti che è stata la casa d’infanzia di Carlo Verdone.

Attraversiamo il ponte in direzione Lungotevere dei Vallati ed entriamo nel ghetto da Lungotevere de’ Cenci. Da qui ci dirigiamo verso piazza delle Cinque Scole, così chiamata perché ospitava le cinque sinagoghe del ghetto originario, molto più ristretto dell’attuale. Il ghetto ebraico di Roma è infatti  tra i più antichi al mondo. La sua nascita si deve ad una bolla papale del 1555 con cui Paolo IV revocò gran parte dei diritti agli ebrei residenti in città obbligandoli a concentrarsi in una zona precisa e recintata del Rione Sant’Angelo e permettendo come unico commercio quello degli stracci.

Solo con l’Unità d’Italia il ghetto venne abolito, mentre il quartiere nel 1888 fu  trasformato radicalmente. Demoliti diversi edifici e stradine, furono create tre nuove strade: via del Portico d’Ottavia, via del Tempio e via Catalana e quattro isolati vicino ai quali sorgerà la nuova Sinagoga progettata dagli architetti Armanni e Costa (visitabile dalla domenica al giovedì).

Il ghetto è innanzitutto il Portico d’Ottavia: antichissimo passaggio monumentale dedicato dall’Imperatore Augusto alla sorella Ottavia e trasformato sotto Settimio Severo e Caracalla, con la sostituzione delle colonne con una grande arcata, dove venne costruita la chiesa che diventò, in epoca medievale, Sant’Angelo in Pescheria. Sedersi di sera sugli scalini del Portico d’Ottavia con la vista che spazia sull’area del Circo Flaminio è una delle esperienze impagabili  che Roma offre. Si fatica, perciò, come dicevamo all’inizio, a pensare che queste pietre, questi capitelli abbiano assistito, come ci ricorda una targa posta nello slargo accanto al Portico, al rastrellamento di più di mille ebrei nella notte del 16 ottobre 1943. E nel film i momenti più drammatici sono legati appunto a questi luoghi, quando Davide ricorda gli avvenimenti di cui lui, ebreo e omosessuale fu vittima. In particolare in piazza Paganica il personaggio di Girotti viene investito dal ricordo della bambina che assiste impotente al rapimento della madre.

Lungo via Paganica, invece, Lorenzo e Giovanna camminano ed entrano nel negozio di stoffe davanti al quale il primo, la sera precedente, aveva avuto un crollo dovuto ai fantasmi del passato. Sempre su via Paganica Lorenzo confesserà alla ragazza di osservarla dalla sua finestra e di sapere molte cose della sua vita.

“So che esce quasi tutte le mattine alle otto per accompagnare i bambini a scuola…so che la sera, dopo che ha finito di lavare i piatti, rimane da sola in cucina a fumare e spegne la sigaretta sotto l’acqua del rubinetto. So che la notte spesso gira per casa, si avvicina alla finestra e guarda fuori…ma non so cosa vede”

Da via Paganica arriviamo quindi a piazza Mattei, un luogo che sembra volersi nascondere ai ritmi della città ed è caratterizzata, oltre che dal palazzo omonimo, dalla bella Fontana delle Tartarughe (in realtà le tartarughe furono un’aggiunta del Bernini alla fontana realizzata da Landini tra il 1581 e il 1584). Godetevi la vista della fontana dai tavolini del Bartaruga, locale dall’arredamento liberty, che aprendosi sulla piazza, nel film è il luogo del primo appuntamento tra Giovanna e Lorenzo, come degli incontri amorosi del giovane Davide. Se volete perdervi ancora nel ghetto, consigliato un giro per via della Reginella, tra le più caratteristiche  del quartiere, ricca di botteghe di scultori, pittori e corniciai, nonché della Libreria Louvre che vende stampe fotografiche del cinema italiano e internazionale. E se intendete lasciarvi prendere per la gola, non avete che da scegliere tra i tanti ristoranti kosher della zona. E se voleste restare perfettamente fedeli al film di Ozpetek anche dal punto di vista gastronomico, alla fine del tour andate alla pasticceria Andreotti, su via Ostiense. Da qui vengono tutti i dolci che compaiono nel film.

Per l’ultima tappa della passeggiata cinematografica di oggi ci avviamo a uscire dal ghetto, in direzione del Rione Campitelli, tra i più antichi e ricchi di reperti archeologici di Roma, che ospita anche il Teatro di Marcello, il Campidoglio e il Parco di Monte Caprino, dove si svolge l’ultima sequenza del film.

Il Monte Caprino deve il suo nome allo stato di abbandono che durante il Medioevo subì l’intero colle del Campidoglio, diventando sede di pascoli e prati. Oggi ospita un’area archeologica e i giardini da cui si gode una vista bellissima (a più riprese chiusi e riaperti tra polemiche perché di sera luogo di incontri).

“E il passato, i ricordi restano comunque impressi, perché tutti quelli che se ne vanno ti lasciano addosso un po’ di sé. È questo il segreto della memoria?”

Proprio dove si scambiavano i biglietti Davide e il suo amato Simone, la coppia interpretata da Giovanna Mezzogiorno e Raoul Bova si bacia la prima volta. Ed è qui che è ambientata la scena finale. Giovanna ha trovato un senso più autentico alla sua vita e al suo matrimonio, Lorenzo è partito, Davide è morto (durante le riprese purtroppo scomparve Massimo Girotti, che lo interpretava), ma non la traccia che ha lasciato nella vita di Giovanna.

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