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Cinespresso | December 11, 2019

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‘Amore e odio’ al Teatro Italia

‘Amore e odio’ al Teatro Italia
Ireneo Alessi

Review Overview

Interpretazione
6.5
Regia
5.5
Drammaturgia
6.5

Rating

Accattivante e ricco di spunti. Uno spettacolo da riproporre con qualche accorgimento in più. Da seguire in ‘punta di piedi’, lasciandosi ‘proiettare’ perché in fondo “l'amore non è che una scusa” per guardarsi dentro e muoversi verso l’altro.

Al Teatro Italia di via Bari, in data unica, un itinerario poetico-letterario-musicale alla scoperta dei reciproci sentimenti di attrazione e repulsione

Non vi è niente di più adatto di una domenica d’inizio primavera, stagione da sempre votata a destare sentimenti a lungo sopiti sotto le livide giacche, pronti finalmente a svernarsi con nuovo slancio e sempre nuove perplessità, per parlare d’amore. L’Associazione Cadeau porta in scena un’opera a metà tra un reading da caffè letterario, accompagnato dalle note di Simone Salerni, e la tipica pièce teatrale. Tutto è essenzialmente asciutto: le luci, la scenografia, persino i tre attori che calcano il palcoscenico talvolta insieme, talvolta da soli per dare enfasi soltanto alle parole. Siano esse scritte da penne illustri, lette o recitate poco importa, sono le vere protagoniste di questa rappresentazione in forma epistolare, il fil rouge che unisce i vari momenti sotto un comun denominatore: Amore?

Sì perché la vita è uno strano contenitore che dalla nascita alla morte viene continuamente colmato di sensazioni, stimoli, di emozioni contrastanti che restano ‘ammassati’ dentro il nostro ego costituendone il bagaglio di conoscenze. Quanto più si ama con forza, tanto più si può odiare. Odiamo e amiamo in egual misura e possiamo perderci parimenti nelle spire dell’odio come nei sospiri dell’amore.

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona…»

Uno spettacolo curioso fin dalla genesi che racchiude in sé contributi autorevoli e non, si pensi al quinto carme di Catullo “Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci” o agli amanti del V Canto dell’Inferno di Dante, per citare i più radicati esemplari della formazione comune allo Stivale, ma anche “Veglia” di Ungaretti, “Lucinda Matlock” di Edgar Lee Masters“Questo amore” di Prévert e “La vispa Teresa” di Trilussa. Per poi saltare a riferimenti più compositi come Mancuso e le sue teorie, le parole della Fallaci e insieme della Vanoni, “La costruzione di un amore” di Fossati o le definizioni stesse di odio e amore tratte dal vocabolario Treccani, fino a “Gracias a la vida” di Mercedes Sosa. Spunti interessanti quanto inattesi, come nel caso della vicenda, tristemente nota, di Bertrand Cantat dei Noir Desir e Marie Trintignant, sciorinati sotto la luce cangiante di un bar, luogo privilegiato di commistione, dove si può parlare di ogni cosa pur tuttavia senza mai esaurirne le tesi.

«È difficile amarti da morire senza morire»

Un dialogo a tratti ironico, ma anche un po’ dolente e malinconico che tocca le corde di chi sa ascoltare, la testimonianza di qualcosa che tutti hanno sperimentato e per questo sanno. I tre interpreti, Maria Cristina Gionta, Emiliano Ottaviani e Pierfrancesco Mazzoni (quest’ultimo in veste anche di regista), affrontano il tema con sfumature differenti chi con sarcasmo, chi con la rabbia della passione, chi con drammaticità. Unico neo è forse l’impianto stesso, la cornice epistolare, pregio e limite per chi si professa attore, specie agli occhi di un pubblico smaliziato. Ad ogni modo il risultato è accattivante. Uno spettacolo sicuramente da riproporre sebbene con qualche accorgimento in più, la fase conclusiva risulta un po’ calante, e da seguire in ‘punta di piedi’, lasciandosi ‘proiettare’ perché in fondo “l’amore non è che una scusa” per guardarsi dentro e muoversi verso l’altro.

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