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Cinespresso | December 16, 2019

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Stessa parte, nuovi giuochi. Orsini ripropone Pirandello

Stessa parte, nuovi giuochi. Orsini ripropone Pirandello
Antonella Palladino

Review Overview

Interpretazione
7.5
Regia
7
Drammaturgia
7

Rating

Il grande Orsini torna a vestire i panni di Leone Gala, eroe pirandelliano rivisitato che sulle ali della memoria e della follia riflette umoristicamente sulle maschere della società.

È in scena fino al 9 marzo al Teatro Eliseo “Il giuoco delle parti”, commedia senza tempo di Luigi Pirandello per la regia innovativa di Roberto Valerio

“Del passato non si può vedere solo ciò che è passato ma anche ciò che è sempre presente”, è alla luce di questa massima pirandelliana che deve essere fruito il dramma “Il giuoco delle parti” riportato in scena dopo quindici anni dal grande Umberto Orsini. Con una dedica speciale a Rossella Falk con cui per molto ha condiviso il palcoscenico, l’attore di Novara è tornato all’Eliseo, e un po’come a casa vi rimarrà fino al 9 marzo, perché del maggiore teatro privato romano Orsini è stato anche direttore artistico, e nelle battute di Pirandello si è più volte magistralmente misurato.

In scena un triangolo amoroso di inizio Novecento che sfiora la follia. L’attore-protagonista nei panni di Leone Gala, affiancato dalla moglie adultera Silia, una bravissima Alvia Reale, e dal rivale Guido Venanzi alias Michele De Mauro, si muove a passi lenti in una struttura ad anello che appesa alle note della marcia nuziale, tutto lega e tutto separa, ripensa il passato e lo trasforma in presente.

Da una delle novelle più intense del maestro di Girgenti “Quando si è capito il giuoco”, trae spunto la commedia del grottesco del 1918, di cui Roberto Valerio firma oggi la regia dopo averne già fatto parte nel ’96 con un piccolo ruolo diretto da Gabriele Lavia. “Ecco posso dire che questa mia regia ha inizio in quei giorni, lì nella penombra di quella parte del palcoscenico non visibile al pubblico: mentre ammiravo tutte le sere quello splendido spettacolo, allo stesso tempo pensavo a come lo avrei messo in scena io”. E un modo il regista l’ha rintracciato in un ruolo più consono ad Orsini che grazie ai suoi settantanove anni, quasi per nulla dimostrati, riesce a conferire al personaggio la maturità necessaria. Il signor Gala fissato nel “pernio della sua parte”, non è più soltanto un cuoco saggio o un marito separato estraneo ai sentimenti, bensì sospeso nel tempo diventa autore di se stesso, artefice di un nuovo copione che nel finale raccoglie le novità. Da una sedia a rotelle osserva silenzioso frammenti di un tempo che è stato, confortato da Bergson o il filosofo della memoria, e poi con voce flebile rivisita il passato, un po’come uno scrittore che finita l’opera rilegge e rimette ordine alle sue bozze.

Al salotto borghese tipico delle rappresentazioni teatrali da Ruggeri in poi, Maurizio Balò sostituisce e alterna una grigia stanza d’ospedale: prigione della maschera e luogo della miseria umana. E della casa rimane solo un lampadario insieme ad una foto di matrimonio e un orologio di dimensioni simbolicamente innaturali.

Diretto nei suoi sessant’anni di carriera dai più grandi, da Luchino Visconti a Franco Zeffirelli, Orsini ci restituisce un nuovo Leone, che nei toni pacati racchiude tutto il personaggio come un guscio di “uovo” , tramandando la genialità pirandelliana che davanti a un pubblico anche di addetti ai lavori, forse ancora oggi è capace di sconvolgere.

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