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Cinespresso | November 20, 2019

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Intervista con Neri Parenti 1/2

Intervista con Neri Parenti 1/2
Francesco Di Brigida

Alla vigilia del suo nuovo film di Natale, Colpi di fortuna, abbiamo intervistato Neri Parenti. Nella prima parte, gli attori, le gag e i gusti di un autore da 41 regie e 39 sceneggiature

Chiamatelo pure Mister Cinepanettone, ma Neri Parenti ha accompagnato il buon umore di generazioni nel lungo excursus di Fantozzi, ha creato il fenomeno comico della coppia Boldi e De Sica, ha inventato piccoli e grandi tormentoni, girato scene tragicomiche con Villaggio e Banfi che sono rimaste nell’immaginario tanto quanto molto altro cinema autoriale. E ha prodotto incassi astronomici ai botteghini. Un successo come lui stesso ha definito «di numeri». Non di qualità è l’arma che certa critica usa per attaccarlo. Ma il suo lavoro è quello di fare un cinema di genere. Commedie fatte semplicemente per ridere.

Colpi di Fortuna è il suo nuovo film. Come mai questo tema?

«L’anno scorso abbiamo fatto Colpi di Fulmine, ed è andato bene. Così Aurelio De Laurentiis, che è un maniaco della serialità ha voluto mantenere il “Colpo”. Ci sembrava che la fortuna fosse un argomento molto fertile da trattare, e iniziando a pensare alle varie sfaccettature ne è venuto fuori questo film. Sono tre episodi che trattano la fortuna con tre tipi di comicità: uno più surreale, un altro più farsesco, e il terzo un po’ più commedia».

Dalla sua filmografia escono ed entrano vere e proprie moltitudini di attori. Ogni anno il cast è pieno di facce e caratteri diversi. Come sceglie gli attori?

«Finchè facevo Fantozzi questo problema non c’era, perché gli attori erano sempre gli stessi, con qualche piccola new entry. Poi, soprattutto nei cinepanettoni c’era una coppia storica che era quella Boldi e De Sica, alla quale tutti gli anni si cercava di mettere intorno degli attori, a volte seguendo la moda del momento, altre un personaggio della televisione che ci sembrava fosse evidentemente efficace. Ma anche la starlette del periodo. C’erano diversi criteri. Credo che il ricambio di attori intorno a loro sia stato molto importante. Parlo di Bisio, De Luigi, Mandelli, Ghini, della Hunziker, di Abatantuono, e ne dimenticherò sicuramente qualcuno. Per fare un film all’anno con un nuovo argomento senza farlo sempre uguale bisognava scegliere degli interpreti importanti, non solo dei comprimari che altrimenti avrebbero fatto solo da contorno ai protagonisti».

Lei è uno dei registi più macchinici per le scene comiche e gli slow burn. Quali sono gli elementi che utilizza?

«Si deve cercare di fare ridere. Vuol dire scrivere una storia divertente con all’interno delle battute buone, e poi perché no, anche qualcosa di meccanico, come le gag. Credo di avere abbastanza la capacità di vedere la scena finita. È il motivo per il quale giro in una certa maniera. So quel che mi serve, non mi metto a fare molte inquadrature. Un po’ come nella fantascienza, ho già nella mia testa il risultato finito. Una specie di capacità di vedere il futuro, insomma.  Altra cosa indispensabile è non lavorare da soli. Lavorare in gruppo aiuta sicuramente a costruire le cose più divertenti, migliori, perché hai già una platea. Tutti i giorni per dieci ore al giorno. E se la battuta ti fa ridere vuol dire che funzionerà».

 Quando ha iniziato a fare cinema ha mai immaginato dove sarebbe arrivato? A quali generi?

«A me è sempre piaciuta la commedia. E ho voluto fare sempre e solo quella. Poteva andare bene, o poteva andare male».

 Lei è toscano. La sua è una regione di grande cucina. Qual è il suo menù natalizio?

«Si, ma in realtà nel menù di Natale di solito non c’è quasi nulla di toscano. Di solito abbiamo i tortellini di Modena, il Cappello del Prete di Langhirano, lenticchie di Castelluccio e una millefoglie di un pasticcere romano».

Continua con la seconda parte

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