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Cinespresso | November 19, 2019

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Intervista a Dacia Maraini

Redazione
  • On 5 dicembre 2013
  • http://www.cinespresso.com

Dopo “Io sono nata viaggiando” di Irish Braschi il docufilm che ripercorre gli incontri straordinari e i viaggi intorno al mondo della scrittrice, ritroviamo Dacia Maraini per parlare di uno dei suoi ultimi lavori: Chiara di Assisi

“Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza”. Un titolo che riflette coerentemente la personalità di Chiara, così come lei l’ha raccontata, invitandoci una volta di più alla responsabilità della scelta. A quali valori o disvalori disubbidisce Chiara? Esiste anche per noi una buona disubbidienza?

«Il paradosso, o se vogliamo la grande intelligenza strategica di Chiara, sta nella sua capacità di scavarsi uno spazio di disobbedienza all’interno dell’angusto spazio dell’obbedienza. Eppure ci è riuscita e questo lo si deve al suo idealismo, alla sua tenacia, alla sua grande fame di libertà».

Il suo testo ha un’articolazione narrativa che vede alternarsi scambi epistolari e pagine di diario, finzione narrativa e ricerca storica, il tutto attraversato da una vena saggistica. Cosa la ha a spinta a queste scelte? Come definirebbe da un punto di vista narrativo questa sua ultima fatica (Un romanzo? Un romanzo saggistico?)?

«In effetti non lo so nemmeno io. Si tratta di un ibrido fra saggio e autobiografia, fra ricerca storica e tempi narrativi».

La visione angelicata che di Chiara d’Assisi ci ha dato il cinema, nella sua opera viene spesso meno in favore di un più affascinante realismo. Non le sembra che Chiara potesse essere anche una donna feroce?

«Feroce non direi proprio. Le suore che hanno abitato con lei per anni e che hanno testimoniato al processo di canonizzazione insistono tutte sulla sua dolcezza, la sua tolleranza, la sua solidarietà, la sua comprensione, la sua generosità e il suo altruismo. Se vogliamo proprio usare la parola ferocia, dobbiamo riferirla al suo rapporto col proprio corpo. Qualche volta Chiara era feroce nel punirlo, questo sì. Ma lo faceva per potere provare sulla sua pelle le sofferenze di Cristo».

Dopo aver scritto su un’altra grande e battagliera Santa, Caterina da Siena, una Santa della parola e della penitenza, con Santa Chiara ha sposato un personaggio che alla penitenza unisce la semplicità e il rigore. Ha trovato delle affinità con questi personaggi?

«Sia Chiara che Caterina erano mistiche: credevano nel rapporto diretto con Dio, senza la mediazione del potere ecclesiastico. Erano tutte e due nemiche dei loro corpi che hanno macerato col digiuno e i cilici. Ma poi certo ci sono anche le differenze, dovute probabilmente al secolo che divide l’una dall’altra. A Caterina è concesso uscire dal convento come ambasciatrice della Chiesa, a Chiara no per esempio».

C’è in lei anche un qualche avvicinamento alla fede o la curiosità è stata squisitamente culturale e spirituale in senso lato?

«Non sono né credente né atea. Due sicurezze che non riesco a condividere. Penso di vivere dentro un mistero che mi affascina e mi inquieta. Ma non ho risposte certe. Sarei felice se l’universo avesse un senso e se Dio fosse un padre gentile e affettuoso, preoccupato del destino umano».

Passando a tutt’altro. Ultimamente, per la regia di Irish Braschi, è uscito nelle sale un docufilm che parla della sua vita. Che impressione le ha fatto vedere se stessa e la sua storia proiettate su un grande schermo?

«Mi sono trovata orribile: una vecchia tartaruga che non sa nemmeno camminare diritta. L’ho visto una volta e non voglio piu rivederlo. Comunque, per essere obiettiva, devo ammettere che Braschi ha fatto un buon lavoro, ha avuto la mano felice. Di questo lo ringrazio».

La nostra rivista oltre che di cinema, teatro e libri, riserva spazio alla cultura culinaria. Lei è notoriamente una buona cuoca. Qual è il ruolo della cucina nei suoi libri e nella sua vita?

«Credo che il mio rapporto col cibo sia influenzato dai due anni di campo di concentramento in cui ho sofferto tanto la fame. Ho sognato talmente tanto il cibo, che l’ho mitizzato. E sì, mi piace cucinare, soprattutto per gli altri. Sono felice di preparare buoni piatti per gli amici».

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