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Cinespresso | August 9, 2020

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Spike Lee e il suo “Oldboy”

Spike Lee e il suo “Oldboy”
Francesco Di Brigida

Review Overview

Cast
6.5
Regia
6.5
Script
7

Rating

Una pellicola confezionata con stile che vuole essere qualcosa di diverso, non un semplice remake. Il lavoro di Lee è di sicuro impatto visivo, ma il suo coraggio onorevole paga il confronto con un capolavoro.

Anno: 2013 Durata: 104′ Distribuzione: Universal Pictures Italia Genere: Drammatico, Thriller Nazionalità: Usa Produzione: Vertigo, 40 Acres & a Mule Filmworks, Film District, Good Universe Regia: Spike Lee Uscita: 5 dicembre 2013

Il regista di Mo’ Better Blues, Fa la cosa giusta e La 25ª ora si cimenta nel remake del grande film di vendetta che sorprese Cannes

Quentin Tarantino lo definì: «Il film che avrei voluto fare». Dopo 10 anni dall’uscita coreana, torna al cinema Oldboy. Non siamo più nella Seoul anni ottanta di Park Chan-wook, il regista della Trilogia della Vendetta, della quale la pellicola fa parte. Spike Lee riparte da un lungometraggio vincitore del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes nel 2004. Ci catapulta così in una metropoli nordamericana del ’93, spalla a spalla con il pubblicitario divorziato e padre assente Joe Doucett (Josh Brolin). Dopo una solita giornata di lavoro e falsità nascosta nel suo walky-cup allungato alla vodka per annaffiare un hot-dog rosicchiato camminando verso l’ufficio, e una serie di riti di rapporti superficiali e litigi al telefono, l’alcolizzato protagonista manca il bersaglio ad una fondamentale cena di lavoro. Da una strada notturna e piovosa si ritroverà imprigionato in una sorta di stanza di motel, la sua prigione. Senza un perché, ma solo con un grande schermo televisivo a raccontargli il mondo fuori.

“Ricordati, il nemico è più debole nel momento in cui sta per colpirti”

È la massima di un samurai dalla tivù, unica fonte di voci umane. In vent’anni di ravioli al vapore e riso take-away passatigli da uno sportello nell’unica porta d’acciaio, Doucett apprenderà della morte dell’ex-moglie e della vana ricerca del padre accusato dell’omicidio da parte della figlia. Poi la rabbia, l’allenamento, la disintossicazione dall’alcol, anch’esso compreso ogni giorno nei tre pasti. Cambieranno i Presidenti, crolleranno le Torri Gemelle, cambierà il millennio. Poi la luce, la libertà con uno smartphone e una busta di denaro. La ricerca dei responsabili per la prigionia, e quella della figlia ormai diventata donna.

Lo sceneggiatore di Thor, Mark Protosevich, per il nuovo sviluppo del plot si è ispirato direttamente alla graphic novel originale di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi. Rispetto al film coreano ha rimescolato i diversi elementi offrendo più spazio al drama e alla storia tra il protagonista e l’infermiera volontaria Marie Sebastian (Elizabeth Olsen) che lo aiuterà nelle sue ricerche. Persino l’ipnosi del suo predecessore fa spazio a un’osservazione più psicologica, citando anche Elisabeth Kübler Ross (la teorizzatrice dell’elaborazione del lutto). Il risultato di questo smontare e rimontare non è malvagio. Anzi è discreto. La pellicola confezionata con stile, è di sicuro impatto visivo, anche se mantiene legata la sua estetica a una sorta di stasi patinata, nonostante l’utilizzo di diversi formati spuri per ottenere immagini più contrastanti.

Si perdono molti voice-off coreani, sostituiti da un attento ed esplicito racconto per immagini. E fin qui sono dati riguardanti giudizi soggettivi. E va bene anche che tutto sia comunque più edulcorato, un po’ meno paranoico, anche se le sorprese non mancheranno. La pecca di Lee sta invece nella linea action. La scena madre di lotta del protagonista armato di martello è girata con movimenti di macchina, montaggio e situazione estremamente simili a quelli di Chan-wook. Ma il combattimento nel suo insieme non è credibile, né marziale. Non si spaventino i neofiti della storia di vendetta più potente degli ultimi anni. Il lavoro di Lee vuole essere qualcosa di diverso, non un semplice remake. E ci riesce. Il grande autore di Malcolm X e Lola Darling paga comunque il confronto con un capolavoro non essendo realmente esperto di un genere che non ha mai praticato in passato.

Il coraggio onorevole del regista è sostenuto da un Brolin roccioso, forse fin troppo nella sua versione dei fatti. Ma chi può davvero immaginare, giudicando, la vera interiorità di un uomo che subisce un’inspiegabile condanna a sorpresa di vent’anni, e non solo? I cattivi poi, come spesso accade, sono gli indiscutibili fiori all’occhiello. Samuel L. Jackson, nei panni di Chaney, il bieco carceriere, è un perfetto guascone noir, mentre Sharlto Copley, visto di recente in Open Grave, è Adrian Pryce, il perverso deus ex machina, raccapricciante nelle sue movenze vampiriche. Oldboy resta una storia affascinante quanto lacerante, e il film di Lee consigliabile comunque agli spettatori più emotivamente “robusti”.

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