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Cinespresso | October 18, 2019

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Il futuro visto da un grande cineasta. “Hard to be a God”

Il futuro visto da un grande cineasta. “Hard to be a God”
Francesco Di Brigida

Review Overview

Cast
8
Regia
8
Script
7

Rating

I suoi attori sono un clan di seguaci che creano con il regista un mondo osceno e indicibile vomitandoci addosso una storia quasi senza storia, ma febbrile, grottesca, barocca al negativo, coraggiosa e a suo modo unicamente sublime.

Anno: 2013 Durata: 170’ Genere: Fantascienza, Drammatico Paese: Russia Produzione: Sever Studio, Lenfilm Studio Regia: Aleksei Yuryevich German

La monolitica opera postuma di Aleksei Yuryevich German, Premio alla Carriera al Festival del Film di Roma. Il viaggio nella fantascienza paradossale in un mondo sepolto nel Medioevo

Hard to be a God è un romanzo di Arkady e Boris Strugatsky, edito nel 1964. Il regista e sceneggiatore russo Aleksei Yuryevich German è stato poco conosciuto in Europa. Scomparso nel febbraio di quest’anno, e dalla filmografia totale di sei pellicole (difficilmente recuperabili nel Bel Paese), considerando anche l’ultima ispirata all’opera letteraria, e ultimata in montaggio dal figlio Aleksei German Jr. e dalla moglie sceneggiatrice Svetlana Karmalita, ha proiettato la sua fama di cineasta visionario e maestro sovietico della narrazione filmica sul Festival Internazionale del Film di Roma. Il Premio alla Carriera – consegnato da Marco Müller proprio alla moglie e al figlio dell’autore scomparso – sarà forse l’opportunità di conoscerlo meglio anche in Italia. Il regista è stato paragonato, per genialità, coerenza e centellinamento dei propri film, a giganti del calibro di Stanley Kubrick e Terrence Malick. Accostamenti ardui ad artisti che hanno dovuto lottare sì, ma sicuramente di meno per la loro indipendenza, rispetto a German.

Interessante è invece il suo mondo medioevale scolpito in bianco e nero per una lavorazione che è durata 13 anni. Proiettato in prima mondiale proprio a Roma, Trudno byt’ Bogom, questo il titolo in versione originale,  rappresenta il Medioevo del pianeta Arkanar, dove studiosi terrestri di un futuro non definito mescolati alla popolazione aliena hanno il compito di osservarne l’evoluzione come civiltà, o qualsiasi altra cosa la sostituisca, senza poter intervenire in alcun modo. Don Rumata (Leonid Yarmolnik) osserva inquieto gli arkanariani dalla posizione intoccabile del Dio in terra. L’imposizione è quella d’impedire ogni parola scritta, ogni invenzione e prodotto di qualsiasi creatività, punendo col sangue i responsabili. Un Medioevo più cupo e anarchico di quello terrestre. Discorre con i suoi simili Rumata sul non interventismo, che diviene sempre più stretto intorno alla sua esistenza. Nel frattempo è costretto ad assistere a una vera e propria mattanza a opera dei Grigi, esercito dominante e senz’anima. Ma un impeto lo smuoverà verso una nuova coscienza.

“Il tuo Rinascimento di merda. È stato il periodo più perfido della Terra”

Il bravissimo Leonid Yarmolnik, con una corporatura da crociato e le mani di un menestrello si muove tra tavolacci di resti di pesce, nocciole e agli, pavimenti fangosi e umanità reiette, suonando uno strumento beccuto a metà strada tra un clarino e una tromba jazz. Gli esterni di un villaggio di legno ricordano I Racconti di Canterbury pasoliniani, ma la decadenza morale e fisica degli arkanariani è di gran lunga più lorda, disgustosa e inaccettabile. La lente in bianco e nero dell’autore non offre scampo né pietà, neanche estetici, come invece la visione di Pasolini. Forse la decadenza generale riporta meglio alla memoria alcuni dei momenti meno gradevoli del Nome della Rosa. Ma qui il dito su certi tasti è schiacciato al massimo, costantemente. La spallata dell’autore a una società globalizzata, e forse ancor più a un’industria culturale d’impedimenti, censure, cesure, ostacoli e mura invalicabili edificate dalla burocrazia sovietica, forse è nella messa in scena cruda e degradante di una subumanità che sembra extra-terrestre soltanto sulla carta. German costruisce una realtà alternativa. Una dimensione altra che per pudore chiamiamo aliena.

Il mondo fuori dall’Olimpo dannato del protagonista è un calvario di volti segnati. Denti caduti, malattie della pelle che degenerano in quelle mentali. Lunghi piani sequenza, frontali, per una società escrementizia, deforme nel suo ethos. Uomini come vermi si muovono senza mete sotto steccati di pesci in affumicatura. Sembra l’ultimo volo di un angelo tarpato e offeso per decenni quello dell’autore. In 46 anni di carriera German ha avuto molte più censure e bastoni tra le ruote dall’Unione Sovietica – per via della sospetta sovversione delle sue pellicole – che non sceneggiature effettivamente realizzate. Il suo lavoro postumo è imponente e attentissimo nella ricerca della realtà scenica. Cala lo spettatore in un humus di violenze e animalità per frastornarlo, nausearlo, offenderlo quasi. I suoi attori sono un clan di seguaci – tra i quali Yurili Tsurilo, Evgeniy Gerchakov, Natalia Moteva, e l’insospettabile comico Aleksandr Chutko – che creano un mondo osceno e indicibile vomitandoci addosso una storia quasi senza storia. Ma febbrile, grottesca, barocca al negativo, coraggiosa e a suo modo unicamente sublime.

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