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Cinespresso | May 23, 2019

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Il film turco in concorso: “I am not him”

Il film turco in concorso: “I am not him”
Francesco Di Brigida

Review Overview

Cast
7,5
Regia
6
Script
5

Rating

Un lungometraggio che può piacere o meno, il racconto di uno scambio e di una relazione dagli esiti incerti.

Anno: 2013 Durata: 123′ Genere: Drammatico Nazionalità: Turchia, Grecia, Francia, Germania Regia: Tayfun Pirselimoglu Uscita: Unknown

Per la sezione in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma è stata presentata anche la pellicola sullo scambio di persona di Tayfun Pirselimoglu

Nihat (Ercan Kasal) è un uomo di mezza età segnato dal silenzio e dalla solitudine. Uniche compagnie, fortuite e ingrate, un paio di colleghi della mensa dove lavora lavando piatti e pavimenti, e i film porno che guarda in casa durante serate tristi e anonime. Poi lo sguardo di una donna, la collega Ayşe (Maryam Zaree) gli offre l’opportunità di una relazione, ma la rete nella quale si ritroverà invischiato sarà quella dell’incredibile somiglianza con il marito di lei. Da tre anni in carcere e con sette ancora da scontare.

Il plot c’è. La struttura narrativa è circolare e gli attori sono in parte, soprattutto il protagonista. Il suo character funziona come interpretazione, ma la sceneggiatura, con ambizioni troppo alte, taglia eccessivamente i dialoghi. Ci sono molti vuoti non funzionali alla comprensione chiara dell’ambiguità e dell’apertura del racconto. Il confine, insomma, tra lavoro di sottrazione e furbizia del risparmio per evitare giustificazioni coerenti è labile. La direzione però è asciutta, cruda nello stile e perfettamente adatta alle situazioni.

Ben o değilim, questo il titolo originale, è un lungometraggio che può piacere o meno, racconto di uno scambio e di una relazione dagli esiti incerti. Va bene la riservatezza, e va bene anche il silenzio. Ma al primo invito a cena ad esempio, mangiare senza una parola, né un saluto sulla porta, come anche altre situazioni del film, sembrano francamente eccessive. Da borderline. Lo spettatore si potrebbe porre una domanda semplice: “Perché?” O andando anche più nel profondo: “Perché per affrontare argomenti filosofici come lo scambio di persona, o psicoanalitici come la frustrazione da solitudine in maniera funzionale si deve creare necessariamente un racconto così spoglio di narrato?” In compenso la macchina da presa lavora su quadri netti, spesso opprimenti, che riguardo al lavoro di sottrazione sono visivamente importanti. Si valorizza il lavoro degli interpreti sulle loro apparenti staticità, sulla prossemica, sullo sguardo. E tutto è percorso da una sottile, quasi sadica, linea d’ironia della sorte.

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