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Cinespresso | December 11, 2019

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“Malìa”, vestire gli umili

“Malìa”, vestire gli umili
Eugenio Murrali

Ida Bassignano ha portato in scena con perspicacia, al Teatro Vascello di Roma, il racconto profondo di una contraddizione complessa

Il piacere di ascoltare una storia semplice è il primo sentimento suscitato da Malìa di Gianni Guardigli, frammento di vita che Ida Bassignano ha raccolto e messo in scena con gusto narrativo.
Evidentemente coinvolti gli spettatori, a tratti divertiti dal gioco umano di Stefania Felicioli, nel ruolo di Maria, e Elisabetta Piccolomini, nel ruolo di Anna. Su un palco pressoché vuoto, vivificato dalle luci di Gianluca Cappelletti sempre opportunamente disegnate, Maria, genuina e credula, dice di se stessa, della sua vita, della fatica e dell’entusiasmo di far crescere, lei sarta instancabile e apprezzata di un paesino della provincia emiliana, Gesualdo detto Aldo, il figlio scapestrato concepito nella notte di un concerto di Mal dei Primitives, sulla Riviera di Gabicce, dove, secondo il favoloso racconto di Maria, lo stesso cantante si sarebbe unito a lei in un idillio d’amore. Ma Malìa è una vox media che si presta a tanti significati. Malìa da Mal, Malìa in quanto fascino collettivo e irrefrenabile di un’epoca sognatrice e rivoluzionaria come gli anni Sessanta, Malìa storpiatura del nome sacro, nomen omen, della protagonista, pronunciato da un’apprendista cinese che ora le fa concorrenza, Malìa anche da Male, quello che Maria la candida, Maria la dolce e semplice donna del popolo, col suo lessico fresco e ridotto, il suo accento colorato e rassicurante, non sa riconoscere, non sa evitare e rende il suo destino tragicamente simile a quello della Vergine.

La dialettica che Guardigli ha costruito per i suoi due personaggi è significativa. Alla semplice Maria si contrappone drammaturgicamente Anna, donna colta, smaliziata, dentro la Storia, una cliente che ama il bel vestire, la raffinatezza e tuttavia sa avvicinarsi con affetto alla disarmante purezza di una polarità lontana. Pregevole l’interpretazione delle due attrici, sostenute indubbiamente da un’ottima direzione registica, che le porta a rendere credibilmente la riflessione umana su macrocosmo e microcosmo, sul prezzo che i deboli, ma soprattutto gli inconsapevoli, pagano a una Storia che li sovrasta.
Riuscito e comunicativo l’equilibrio tra luci, musiche, costumi e le scelte scenografiche delicate e aeree, che contribuiscono a dare leggerezza, respiro, creando al contempo un senso di attesa, di dubbio e persino di speranza. Anche l’articolazione drammaturgica di Gianni Guardigli è notevole, sia per il ritmo, che sa ravvivarsi al momento giusto, introducendo l’ironia prima di scivolare nel patetismo, sia per un attento uso della lingua, capace di trasformarsi in un intelligente contrasto tra lessici fortemente rappresentativi. In sottofondo il brusio di una provincia fatta di cultura orale, ricca di uno spirito vivace o anche vispo, la resistenza dei margini alle piene della Storia, il pettegolezzo, la commiserazione, il limite genuino di fronte agli estremi del dolore umano, la sofferenza suggerita e mai gridata allo spettatore, che si lascia guidare, perché l’armonia scenica che gli si presenta è invitante, rassicura e cattura, con malìa.

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