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Cinespresso | December 16, 2019

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Intervista esclusiva a Maria Laura Caselli, giovane interprete di Black Star

Intervista esclusiva a Maria Laura Caselli, giovane interprete di Black Star
Eugenio Murrali

Black Star: un’utopia raccontata da un ottimo cast. Il film, nelle sale dal 10 ottobre grazie a Point Distribution, racconta la storia di un campo di calcio divenuto speranza per molti rifugiati

Black Star, nati sotto una stella nera è un film di Francesco Castellani che si ispira alla storia dei Liberi Nantes Football Club, una squadra di calcio composta da vittime di migrazione forzata. È importante l’idea di dare voce a una realtà, quella dei rifugiati, la cui tragedia è aggravata da ignoranza e indifferenza. La qualità interpretativa di attori pur poco conosciuti è una delle carte vincenti del film e lo rende godibile. Black Star è un film ben girato e si fa carico di messaggi importanti.
Maria Laura Caselli, una delle giovani e brave attrici del lungometraggio, ha gentilmente accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

Uno dei punti di forza del film è la presenza di tanti attori giovani e di una qualità interpretativa generale molto alta. Come avete lavorato voi attori?

«Effettivamente il fatto che si trattasse di una produzione indipendente ha permesso al regista, al produttore e al casting di essere assolutamente liberi da qualsiasi imposizione. Spesso oggi i film hanno bisogno dei “nomi” per attirare pubblico, mentre in questo caso è stata fatta una scelta diversa. La maggior parte degli attori di questo film è sullo schermo per la prima volta, ma molti hanno lavorato a lungo in teatro. I personaggi femminili sono stati interpretati da attrici (Alessandra Mortelliti, Antonella Civale, Chiara Cavalieri) che vengono tutte dall’Accademia Silvio D’Amico come me, molti altri vengono dalla scuola del Piccolo di Milano o da altre accademie. Il regista ha fatto questa scelta proprio per far notare che la qualità attoriale paga, che lo studio è importante».

Tu appunto fai molto teatro. È stato difficile per te questo passaggio al cinema?

«Avevo lavorato al cinema per piccole cose, questa esperienza per ora è stata la più importante e non nascondo di avere avuto inizialmente qualche difficoltà, perché ci veniva richiesta una scioltezza, una recitazione che a teatro definiremmo “sporca”, dal momento che i nostri personaggi provenivano da un strato sociale semplice, che ha un linguaggio quotidiano, certamente non “accademico”. Il regista ci ha aiutato. Spesso infatti venivamo convocati e la sera prima ci arrivava una scena rimaneggiata rispetto a quella del copione che ci era stato consegnato all’inizio. Anche se ero spiazzata, questi cambiamenti repentini, che non mi davano neanche la possibilità di mandare perfettamente la parte a memoria, in realtà mi aiutavano, perché così avevo modo di giocare un po’ con la mia parte, di essere più libera e naturale. In questo devo dire che il regista ci ha lasciato molto spazio».

La popolazione del quartiere Pietralata di Roma come vi ha accolti?

«Abbiamo girato per circa 35 giorni, nell’estate del 2012 e, per quello che ho potuto vedere io, che non avendo un ruolo principale ero meno sul set, mi sono resa conto che le scene girate in esterna destavano curiosità, partecipazione, mentre le scene girate negli interni, le case (che abbiamo chiesto alle persone), il supermercato, suscitavano una certa diffidenza. Lo capisco però, perché una troupe che entra in una casa la sconvolge, la modifica inevitabilmente e dunque incute timore. Però per il resto ho percepito contentezza nel vedere che si parlava del loro quartiere e di una storia che loro conoscono».

La cronaca ha tristemente accompagnato l’anteprima del film, perché questa pellicola parla molto della tragedia di uomini come quelli che sono naufragati a Lampedusa.

«È stata una coincidenza dolorosa. Il film vuole raccontare però una tragedia che va avanti da anni e penso che questa pellicola possa servire per mettere in rilievo un’associazione positiva come i Liberi Nantes che esiste davvero e che non si limita a ospitare i rifugiati politici, ma li aiuta nell’integrazione, offrendo corsi di italiano, indicazioni sulle nostre leggi, informazioni pratiche utili a chi è appena arrivato nel nostro Paese. Questo film non uscirà in moltissime sale, però verrà visto e trovo sia importante raccontare anche queste realtà virtuose».

Voi avete recitato con alcuni ragazzi della squadra dei Liberi Nantes se ho capito bene?

«Sì, dei ragazzi alcuni erano attori, alcuni facevano parte della squadra, alcuni erano ragazzi di colore ma non attori. Questa commistione di realtà ha aiutato la naturalezza dell’interpretazione, anche perché noi, nei tempi morti, stavamo lì con loro e si è creato affiatamento, abbiamo potuto capire davvero la realtà che stavamo raccontando. Fin dal provino il regista ci ha chiesto di aderire a un progetto, a un’idea e noi speriamo di aver fatto del nostro meglio».

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