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Cinespresso | December 11, 2019

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Liberi nell’Arte

Liberi nell’Arte
Eugenio Murrali

“Avevo una paura terribile, anzi terribilissima”, ammette alla fine della rappresentazione Francesco De Masi, interprete principale di Sonata a Kreutzer

L’opera di Tolstoj adattata da Massimiliano Griner e Antonella Ferrera e allestita da Fabio Cavalli nella particolare forma di radiodramma dal vivo è andata in scena al teatro della Casa Circondariale di Roma Rebibbia nel pomeriggio del 30 settembre. L’operazione è stata coordinata dal Centro Studi Enrico Maria Salerno e presentata nell’ambito della III edizione del Festival dell’Arte Reclusa, con l’appoggio del Ministero della Giustizia, del MIBAC e di Roma Capitale.

Hanno offerto la loro voce per questo esperimento significativo, oltre a De Masi, anche Juan Bonetti e Alessandro De Fronzo, ma erano presenti in sala tutti i membri della compagnia del Reparto G12 di massima sicurezza, molti dei quali hanno preso parte al film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2012. Questo radiodramma dal vivo è stato solo uno degli appuntamenti della stagione teatrale che vedrà lavorare ben tre compagnie di Rebibbia: quella del ricordato Reparto G12, e inoltre quelle dei reparti G8 e G9.

Assistere agli spettacoli dei detenuti di Rebibbia non è difficile ed è gratuito, è sufficiente prenotarsi per tempo contattando il Centro Studi “Enrico Maria Salerno”. Il giorno della rappresentazione bisogna trovarsi a Rebibbia con un certo anticipo; entrati nel complesso, che è una piccola città, si deve oltrepassare la seconda cinta, introducendosi attraverso due portali di metallo e vetro infrangibile che ricordano le discoteche techno (o le discoteche ricordano le carceri?!), poi il percorso è piuttosto lineare, la presenza dei secondini è fitta, ma gentile, i giardini stemperano (almeno per i visitatori) la sensazione di reclusione. Un corridoio lungo, annunciato da una pacchiana scritta Antiquitates Romanae, racconta la storia di Rebibbia con schede didattiche e riproduzioni di reperti, poi ancora all’esterno la chiesa circolare e dei cortili, prima di arrivare alla sala teatrale. Il pubblico è numeroso e vario, vecchie signore dall’aria distinta e dallo spirito curioso, ragazze e ragazzi in gran numero, appena usciti da scuola, accompagnati da encomiabili professoresse, accanto a me una donna dall’aria semplice e sorridente, le mani che mandano un forte odore di verdure tagliate, di minestrone, quando la luce si riaccenderà nei suoi occhi si leggerà una malcelata commozione. Una fila al centro della sala è destinata agli altri attori della compagnia: oggi non recitano.

De Masi (Pozdnyšev) è già in sala, seduto su una poltrona con un quaderno in mano, si capisce il suo nervosismo, a tratti mascherato da disappunto, in quel quaderno c’è anche il testo del radiodramma, ma De Masi lo guarderà poco e con grande mestiere, la sua recitazione è credibile, appassionata, un vero spazio emotivo in cui confluiscono talento e storia personale. Il Maestro Franco Moretti ha coordinato le musiche, che sono suonate con sapienza da Vanessa Cremaschi e sottolineano le tensioni dialettiche dei personaggi, le sospensioni pregnanti della parola. Nel ruolo del narratore Juan Bonetti, Decio nel film dei Taviani, si dimostra sicuro e misurato e dà prova di una notevolissima chiarezza d’emissione, che si lascia seguire piacevolmente, nella sua dolcezza, dagli spettatori. Daniela Marazita ha partecipato nel ruolo della moglie, mentre Alessandro De Fronzo ha prestato la voce al personaggio del musicista Truchačevskij, delineandolo con il giusto mistero.

Alle luci e alla fonica tecnici e tecnici detenuti hanno dato prova di grande professionalità, offrendo un audio senza sbavature e un disegno luci semplice ma efficace. Interessante l’invito di Fabio Cavalli a tentare anche un ascolto a occhi chiusi di questo radiodramma dal vivo. Per lo spettatore che voglia vivere un momento di bel teatro e insieme una forte esperienza umana, una riflessione diegetica ed extradiegetica, la stagione del Teatro di Rebibbia è un’occasione importante. La sonata a Kreutzer è stato un modo per riflettere insieme ai detenuti su un tema tristemente attuale come il femminicidio, un viaggio attraverso i sentimenti, la carnalità, l’istinto, la vita e la morte, da cui si torna con un fertile e pensieroso silenzio.

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