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Cinespresso | February 24, 2020

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Ron Howard conquista Roma insieme al cast di “Rush”

Ron Howard conquista Roma insieme al cast di “Rush”
Ireneo Alessi

Presentata a Roma nella meravigliosa cornice dell’Hotel De Russie, in via del Babbuino, Rush, l’ultima fatica di Ron Howard dedicata al mondo delle corse. Tra i presenti gl’interpreti Chris Hemsworth, Daniel Brül, Alexandra Maria Lana e Pierfrancesco Favino

Prima domanda per Ron Howard. Il film racconta la rivalità fra due uomini, due personalità differenti, è un po’ un tema costante dei suoi film se pensiamo a Frost/Nixon, a Cinderella Man, ma in fondo anche il protagonista di A Beautiful Mind era in lotta coi propri fantasmi. È in questa rivalità che trova il senso del racconto della storia?

«Mi piacciono molto i personaggi che in un certo senso vengono messi alla prova in situazioni sorprendenti, fuori dall’ordinario. Per questo scelgo persone che potrebbero sembrare molto lontane da noi come il matematico, l’astronauta, il pilota di F1 o il vigile del fuoco, uomini che fanno cose diverse da tutti gli altri e che sono disposti a spingersi oltre, ad andare agli estremi proprio per mettere alla prova se stessi. Anche se poi conoscendo le loro storie, il pubblico riesce a scoprire quanto siano in realtà simili e quanti elementi possano avere in comune con tutti noi».

Nei suoi film aleggia spesso la prospettiva della morte, soprattutto in questo, dove i due piloti di F1 devono fare continuamente i conti con la possibilità di morire. Che rapporto ha con questo tema?

«Credo che il modo di rapportarsi alla morte sia una di quelle qualità che contribuisce a definire ciascun essere umano. Fa parte del nostro mistero. Ciascuno di noi affronta il concetto in maniera diversa e, nel caso del film, entrambi i personaggi hanno un punto di vista sul tema abbastanza comune tra i piloti di Formula 1, in particolare negli anni ’70. Nello specifico, Lauda possedeva questo fascino e penso che questa sua capacità sia un elemento fondamentale del film».

Aggiunge Daniel Brühl: «Rispetto ad alcuni personaggi effervescenti e rock ‘n roll, Niki Lauda è più un calcolatore, un razionale. Aveva calcolato che la probabilità di morte era del 20%, un rischio che era disposto a correre. In sostanza era un pioniere, forse più simile ai piloti di F1 di oggi. Ovviamente lui sapeva che guidando metteva a rischio la propria vita, ma aveva una sensazione, è quello che succede nella scena finale del Gran Premio del Giappone, capisce che c’è qualcosa di più importante della corsa, non è disposto a mettere a repentaglio la propria vita e il suo rapporto con la moglie Marlene. Penso che sia stato grazie a piloti come Niki Lauda che la sicurezza in F1 sia migliorata tanto nel corso degli anni, oggi dopo l’incidente fatale a Senna non ci sono stati più incidenti mortali».

Chris il suo personaggio vive una vita sempre al limite, si trova in uno stato “borderline” fatto di eccessi. Che rapporto ha con questo tipo di personaggi ma anche nella vita davanti a situazioni del genere?

«Diversamente da Lauda che affrontava il tema della morte da “matematico”, misurando le percentuali, James Hunt ha un rapporto con la morte più istintivo, viscerale, a prescindere dalle gare, faceva quel che sentiva di voler fare, senza problemi e si spingeva agli estremi. Loro vivevano la minaccia continua della morte, Niki la esorcizzava attraverso il calcolo, James cercava di evitarla con altre attività ad esempio il bere o le donne. Comunque avevano bisogno di uno sfogo perché negli anni ‘70 i piloti morivano sui tracciati di gara molto frequentemente. Attività come queste ti obbligano a concentrarti al massimo. In un mondo in cui l’abitudine corrente è quella di guardare sempre al futuro, mi ha colpito molto poter concentrarmi sul presente, su ciò che sto vivendo oggi».

Una domanda per Alexandra Maria Lara. È vero che il colloquio decisivo con Ron è avvenuto via Skype mentre pelava le cipolle in cucina?

AML: «La prima volta che ho parlato con Ron è stata davvero su Skype mentre ero in Cina. Poi sono rimasta tra i suoi contatti. Una sera io e mio marito stavamo cercando di cucinare qualcosa e stavo pelando le cipolle quando mi ha chiamato. Ero titubante e non sapevo se rispondere o meno, mi lacrimavano gli occhi e non ero vestita benissimo ma poi per giustificare le lacrime mio marito mi ha suggerito di dire che stavo piangendo perché avevo letto il copione. Ci tenevo molto a interpretare questo ruolo. È stato bello conoscere Ron».

Aggiunge Ron: «In effetti, lei è stata una scelta ovvia, l’incontro via Skype è stata un ulteriore prova di dimostrazione anzi mi ha fatto capire che lei sullo schermo funzionava».

Ci parli del suo rapporto con lo sceneggiatore Peter Morgan. Da dove viene l’idea principale? Come ha trattato la sceneggiatura durante la realizzazione del film, era un testo inviolabile oppure è stata adattata alle esigenze del set?

RH: «Io e Peter abbiamo lavorato insieme all’adattamento cinematografico della storia di Frost/Nixon e siamo diventati amici. Quando ha scoperto questa storia me ne ha parlato ed entrambi abbiamo individuato quelli che erano gli elementi fondamentali di questa affascinante combinazione di personaggi unici ed entusiasmanti e quindi abbiamo deciso di realizzare un film. Poi a mano a mano abbiamo cominciato a fare le prove con il cast. La sceneggiatura era un qualcosa in continuo divenire nonostante fosse già eccezionale. Devo dire che Peter è sempre stato aperto e disponibile a nuove idee creative. Per altro ha partecipato come produttore del film, quindi la collaborazione è stata totale».

Chris e Brühl, seguivate già la Formula 1 oppure leggendo la sceneggiatura vi siete dovuti confrontare con qualcosa di sconosciuto facendo le dovute ricerche sullo sport, le regole e soprattutto sui protagonisti?

CH: «Non ero un fan di questo sport, non seguivo la F1. Quando mi sono buttato nel progetto di questo film ho fatto ricerche, ma solo sugli anni Settanta. Comunque oggi le mie conoscenze relativamente a questo sport rimangono abbastanza limitate. Sicuramente ho avuto modo di apprezzare e rispettare molto questo sport. Non è che da ragazzino abbia intenzionalmente deciso di non seguirlo, ma semplicemente frequentavo un gruppo di amici che non seguivano questo sport. Mio padre, tra l’altro, andava in motocicletta. È questo il mondo parallelo che ho avuto modo di conoscere e dal quale ho attinto».

DB: «Io sono cresciuto a Colonia, vicino a Nürburgring (dove è avvenuto l’incidente di Lauda), quindi da ragazzino conoscevo bene Niki lauda ed ero interessato allo sport. In più Colonia è anche la città di un certo Schumacher, non so se lo conoscete (ride). Devo dire che ero un fan di questo sport, ma poi con le numerose vittorie di Schumacher mi sono un po’ disinteressato e mi sono dato al calcio e al tennis. Poi però ho ripreso a seguirlo dopo aver visto il documentario su Senna. E dopo alcuni mesi ho ricevuto proprio questo copione che mi ha subito affascinato. Sì l’interesse c’era, ma non posso dire di essere un esperto di questo sport».

Una domanda d’obbligo all’unico attore italiano del cast, Pierfrancesco Favino, che interpreta Clay Ragazzoni, una figura chiave nella vita di Lauda perché lo ha portato alla Ferrari. Si sente più vicino a un uomo come Hunt o al suo ex compagno di squadra Niki Lauda?

«Credo che si sentisse più vicino a James Hunt come attitudine. Non era un pilota moderno e disciplinato come Niki Lauda. Regazzoni aveva una “guasconaggine” nell’aspetto e nei modi che lo rendeva affascinante ed immediatamente simpatico. Penso che avesse una generosità che ha dimostrato in seguito nella sua vita dopo l’incidente che lo ha colpito occupandosi delle persone che si sono ritrovate ad avere un problema di handicap. Io sono un pochino più “regolato”, però c’è una generosità in Regazzoni che mi appartiene e che condivido, anche il suo modo di non avere invidie dove riconosco ad esempio che c’è una qualità, un genio».

In chiusura l’elogio di Ron Howard nei confronti di Pierfrancesco Favino.

«Quando abbiamo organizzato il cast i primi sono stati Daniel e Alexandra, poi attraverso un fantastico provino ho scoperto Chris come protagonista. Ma devo dire che nello scegliere l’attore per Regazzoni ho immediatamente pensato a Piefrancesco. Sono felice che abbia accettato di interpretare questo ruolo. Credetemi nel film c’è molto più Regazzoni di quanto non ci fosse nella sceneggiatura e questo grazie al talento e alla creatività di Pierfrancesco».

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