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Cinespresso | August 12, 2020

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L’Uomo d’Acciaio: il cast e gli effetti speciali 2/2

L’Uomo d’Acciaio: il cast e gli effetti speciali 2/2
Ireneo Alessi

A quasi un mese dall’uscita in sala, dopo aver parlato degli attori presenti nell’ultimo film di Snyder, riprendiamo “L’Uomo d’Acciaio” per una nuova incursione; un approfondimento sugli effetti speciali della pellicola.

Nonostante il clima estivo che imperversa sulle sale nostrane, Man of Steel continua a svettare occupando la quinta posizione subito dopo The Lone Ranger, Now You See Me, World War Z e Pacific Rim, con ben 37mila euro per un totale di 4.4 milioni di euro.

La prima cosa che colpisce del film è la straordinaria attenzione al pianeta natio di Superman, Krypton, un mondo finora mai visto pienamente sul grande schermo e del quale emerge finalmente oltre alla tecnologia anche l’architettura.

La storia di Krypton è stata costruita su due premesse, l’esaurimento delle risorse e la base organica della loro tecnologia. «Il pianeta è stato perforato per ricavarne risorse», spiega McDowell. «Hanno deforestato la superficie e hanno scavato per costruire città sotterranee in uno spazio protetto, il più profondo possibile. Quindi abbiamo progettato la loro architettura e la loro tecnologia perché avessero un aspetto naturale, non ci sono linee rette su Krypton».

La sfida era di costruire set che si sono rivelati «forse i più complessi mai progettati e costruiti da un dipartimento artistico», dice ridendo McDowell. Il lavoro è stato troppo complicato anche per i computer e la squadra di designer è dovuta tornare alle sculture di schiuma che poi sono state scannerizzate. Molto interessante, forse, è stato l’uso del CNC (Computer Numerical Control) per ricavare le centinaia di “costole” di legno che formano lo scheletro di Krypton. Lavorarle a mano avrebbe richiesto un’enorme quantità di tempo, come costruire tutti i set usando il CNC. Ne è risultato un felice matrimonio tra l’artigianato e la tecnologia d’avanguardia: le “costole” costruite dal CNC sono state sistemate dai nostri esperti carpentieri, poi intonacate dalla squadra delle costruzioni e infine decorate dagli artisti di scena.

«Non potevamo farlo in modo tradizionale», ricorda McDowell, «ma neppure ricostruire tutto al computer. Ad ogni passo dovevamo decidere quale strategia usare, la tecnologia digitale o i metodi classici, stavamo attraversando territori nuovi. Un ottimo compromesso è stato creare grandi set che ci hanno permesso di lavorare molto con la macchina da presa». Anche gli elementi più piccoli dell’architettura e degli arredi di scena sono stati creati usando un mix di sculture e prototipi o tecnologie 3D, quindi gli oggetti esistevano e rappresentavano un supporto tangibile per le performance degli attori.

Per gli spettatori molto attenti c’è un’altra dimensione della cultura kryptoniana sulle pareti di quel mondo alieno: un linguaggio completamente nuovo. Tutto inizia con il geroglifico S sul costume di Superman, che significa “speranza” e che poi porta a una serie di quaranta o cinquanta ideogrammi che indicano le altre casate di Krypton o altro.

Altri elementi che caratterizzano il design del film si possono riscontrare nelle navicelle spaziali. La Black Zero, ad esempio – un’enorme struttura a forma di tripode usata per ospitare migliaia di rifugiati e collegata a un gigantesco Phantom Projector capace di catapultarla nella Zona Fantasma – assomiglia, secondo McDowell a “un enorme motore con delle persone sopra”.

In netto contrasto con la nave sporca ma funzionale di Zod è la Scout, ancora in ottime condizioni, che assomiglia a un baccello, una metafora del suo compito, quello di trovare mondi nuovi e ospitali per i kryptoniani. Legata nel design al casato di El, riflette un approccio più morbido e corretto, quello impersonato da Jor-El.

“Man of Steel” comunque non si è occupato solo del fantastico mondo di Krypton, ma anche della Terra, della sua bellezza e del legame emotivo che Clark Kent ha con lei. Snyder aveva deciso di avvalersi il più possibile di location reali, evitando visioni stilizzate, anzi, portando il pubblico all’interno del mondo di Clark e invitandolo a condividere le sue esperienze.

Le riprese hanno portato la troupe in tante città diverse, dalla cittadina di Plano, Illinois, alla metropoli che è Chicago. Si sono poi avventurati tra i ghiacciai della British Columbia, a bordo di una nave per la pesca dei granchi, la Debbie Sue, al largo di Ucluelet, Vancouver Island – per una scena in cui sono travolti da onde alte più di 10 metri. La troupe si è poi trasferita nell’ambiente opposto, nel Mojave Desert in California, dove ha avuto il privilegio di girare all’interno della Edwards Air Force Base. In ogni location si è cercato il più possibile di girare in situ, evitando al massimo l’aggiunta di green screen.

Una delle location più importanti è stata la succitata città di Plano, Illinois, che doveva ospitare l’habitat di Clark, vale a dire Smallville. «Plano ci ha accolto con grande generosità, ci ha permesso di chiudere tutto e di trasformarla nel nostro set. Abbiamo lavorato con la loro polizia e i loro vigili del fuoco e anche tanti abitanti hanno prestato la loro opera per garantire la nostra sicurezza. È una comunità calorosa e accogliente» – ricorda Deborah Snyder, moglie del regista e producer del film.

La cittadina è stata la base ideale su cui costruire il resto di Smallville. «In un certo senso, Smallville rappresenta l’innocenza di Clark» – dice David S. Goyer. «È il suo lato umano, una espressione fisica del suo retaggio terrestre e un porto sicuro. A differenza di molte cose nella sua vita, non è complicata, è casa sua».

Parte di questo realismo è stato ottenuto anche con l’uso quasi esclusivo della macchina a spalla, una scelta senza precedenti in un film di queste dimensioni. Zack Snyder ha collaborato con il direttore della fotografia Amir Mokri per inserire gli elementi di uno stile documentaristico e l’uso di obiettivi che in genere non vengono usati per la macchina a spalla, oltre a dolly e attrezzature speciali ha colmato il divario tra l’immediatezza della Steadicam e l’eleganza della tradizionale ripresa dei grandi film d’azione.

Anche gli attori hanno apprezzato il lavoro della macchina da presa a spalla. «Mi piaceva che la macchina non fosse così rigida – riflette Henry Cavill – permette grande libertà nella recitazione e questo è importante».

Tutto cresce e si evolve […] un ulteriore stadio di evoluzione

Continua l’attore: «Tutto cresce e si evolve a un certo punto e penso che questa versione moderna sia un ulteriore stadio di evoluzione. Se si leggono i fumetti DC, come New 52 di un paio di anni fa, si nota che anche loro lo hanno fatto, forse in modo diverso da Zack, Chris e David, ma il nuovo costume di Superman è completamente diverso, il suo atteggiamento è leggermente differente, anche se le caratteristiche fondamentali sono rimaste le stesse. È stato cambiato per il lettore di oggi, come noi lo abbiamo cambiato per il pubblico di oggi».

Diversamente da ciò che si potrebbe pensare, il regista ha scelto di girare in 2D al posto del 3D e di convertire il film solo in post-produzione per ottenere il massimo realismo. Secondo Snyder: «Uno stile di ripresa più attento ai particolari, compresa la macchina da presa a spalla, ci avrebbe aiutato a entrare in relazione con Clark che, quando lo incontriamo per la prima volta, si sente a disagio, cerca di trovare il suo posto senza riuscirci, una sensazione che ognuno di noi ha provato in qualche momento della vita».

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