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Cinespresso | May 30, 2020

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La contesa degli Itaker Scianna e Placido

La contesa degli Itaker Scianna e Placido
Francesco Di Brigida

Review Overview

Cast
8
Regia
7.5
Script
7

Rating

Tutto il cast tocca le corde giuste, anche se a parte il finale tagliato di netto, rimangono dei sospesi narrativi per alcuni personaggi ai quali ci si appassiona facilmente

Anno: 2012 Durata: 98’ Distribuzione: Cinecittà Luce Genere: Drammatico Nazionalità: Italia Produzione: Mandragora Movies, Goldenart Production Regia: Toni Trupia

Michele Placido e Francesco Scianna si contendono la bella Monica Birladeanu nel film di Toni Trupia sugli italiani immigrati in Germania a metà del secolo scorso

Dopo Baarìa arriva un altro film che ha per protagonista Francesco Scianna al Flaiano Film Festival. Itaker era un incrocio tra Italien e Itaka, un motto di spirito verbale avrebbe detto Freud, che per i tedeschi serviva a intendere dispregiativamente gli italiani come giramondo e vagabondi. Scianna è Benito, un immigrato napoletano che si fa carico di accompagnare il piccolo Pietro (Tiziano Talarico) dal padre già da tempo in Germania. Il servigio gli permetterà di riconquistare il passaporto perduto per alcuni guai con la legge.

Nel paese teutonico i due rimarranno insieme più del previsto, imparando a conoscersi e a volersi bene. Vivranno tra la compagnia positiva dei colleghi e amici operai di Benito con i quali vive in una umile camerata, e la materna cameriera romena Doina (Monica Birladeanu) da una parte, e quella negativa di Pantanò (Michele Placido) e dei suoi scagnozzi dall’altra. Pietro imparerà a difendersi e a stare in un mondo di adulti utilizzando l’astuzia e la generosità, e insieme al suo tutore per caso si affezionerà in particolar modo a Doina e alle sue cure.

La pellicola di Toni Trupia racconta con asciutto realismo una pagina di sacrifici e umiliazioni che molti italiani affrontarono mezzo secolo fa per costruirsi una vita all’estero. Duro lavoro in fabbrica e segregazione sociale e culturale da parte di tanti abitanti del paese ospitante. Piccole storie di uomini e di donne che cercavano solo di alzare la loro sopravvivenza fino alla soglia di una vita soddisfacente.

Così Benito andrà dividendosi tra il lavoro in fabbrica e quello, per le case, di venditore di stoffe fornite dal poco onesto Pantanò. Ci sono molti sentimenti umani descritti con una luce cupa e velata a delineare la povertà dei tempi, animata però da un’ironia e una vitalità, nonostante la schiena curva, che aprono lo sguardo ben oltre quel che fu il boom in Italia. Le interpretazioni di tutto il cast toccano le corde giuste, anche se a parte il finale tagliato di netto, legittima scelta di stile non spiacevole, rimangono comunque dei sospesi narrativi per alcuni personaggi ai quali ci si appassiona facilmente.

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